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Redazione

Anziana disabile muore carbonizzata nel suo appartamento

Forse una sigaretta la causa dell’incendio. La badante: era già accaduto ma sono sempre arrivata in tempo

Seduta sulla sua poltrona, di fianco alla finestra della camera da letto, con l’immancabile sigaretta tra le dita. E’ morta così, questa mattina tra le 10 e le 10,30, Maria Mainardi, 86 anni, piacentina, ex insegnante di matematica delle scuole medie (Faustini, Manzoni, Tramello). E’ morta carbonizzata nel suo appartamento al terzo piano di corso Vittorio Emanuele 165, in uno degli eleganti palazzi del quartiere Santa Teresa. E con ogni probabilità è stata proprio la sigaretta a ucciderla. Così la pensano i vigili del fuoco intervenuti in forze insieme alla polizia e al personale del 118. Forse il mozzicone scivolato dalle dita, o forse un pezzo di brace, fatto sta che nel giro di pochi minuti la poltrona sulla quale era seduta la donna ha preso fuoco, poi il comodino, poi le tende; per il calore si è addirittura sciolto il condizionatore che si trovava nella stanza adiacente. Maria Mainardi – 86enne ”perfettamente lucida, in grado di gestire i conti e le spese della casa, in grado di apprezzare la sua adorata musica, dalla classica al prog degli Emerson Lake & Palmer”, la descrivono i parenti e chi le stava vicino – è morta carbonizzata nel giro di pochi istanti. Non era in grado di muoversi senza aiuto ed è rimasta su quella poltrona avvolta dalle fiamme. La badante ”sostitutiva” (quella che la domenica mattina prende il posto di quella che la assiste 8 ore al giorno duranta la settimana) era appena andata via e Vittorina Mainardi, una delle sorelle dell’anziana, era appena uscita di casa – abita nell’appartamento a fianco – per andara ad assistere un altro parente malato. Un insieme di coincidenze sfortunate, una tragica fatalità. ”Era già accaduto almeno altre tre volte” ricorda in lacrime Sonia, la badante ecuadoregna che si prendeva cura di Maria da quattro anni, ovvero da quando aveva iniziato ad accusare i primi malesseri alle gambe che poi l’hanno costretta su una sedia. Altri tre principi d’incendio, spiega Sonia; una volta la coperta, l’altra volta il cestino della carta di fianco alla sua poltrona e una terza volta la manica del maglione. ”Le avevamo detto di smettere, le avevamo detto che era pericoloso – ricordano i nipoti, ancora turbati – ma lei non ne voleva sapere”. A lanciare l’allarme, intorno alle 10,30, è stato Gianluigi Bergonzi, uno dei vicini di casa: ”Ho sentito odore di fumo – spiega – Mi sono affacciato alla finestra e ho visto che usciva dalla stanza da letto della signora Maria. Ho subito chiamato i soccorsi, ma purtroppo era troppo tardi”. Il quartiere Santa Teresa è rimasto ”blindato” sino alle 13,30: mezzi della polizia, autogru e autobotti dei vigili del fuoco, ambulanze (purtroppo inutili) e infine il carro funebre di Enìa. Del fatto è stata informata Letizia Platè, sostituto procuratore della Repubblica, la quale ha già disposto che la salma sia messa a disposizione dei familiari senza bisogno di effettuare l’autopsia.

Omicidio di via Genocchi, condannato Sasa Stojanovic

Il giudice ha accolto la richiesta del pm: 14 anni e 8 mesi. L’imputato: sono innocente

Il giudice del tribunale di Piacenza, Gianandrea Bussi, ha condannato a 14 anni e 8 mesi di reclusione Sasa Stojanovic, il serbo di 32 anni accusato di aver seviziato con un bastone e ucciso a botte, in concorso con altre persone rimaste ignote, il suo coinquilino e connazionale Milovan Posmuga, 29 anni, trovato cadavere all’alba del 4 luglio 2005 sul pavimento del suo appartamento al 45 di via Angelo Genocchi, a Piacenza. La sentenza, pronunciata oggi pomeriggio alle 14.30, ha accolto in pieno le richieste avanzate al termine della requisitoria dal pubblico ministero Antonio Colonna, il quale in mattinata, nelle repliche all’arringa dell’avvocato difensore Piero Spalla, ha ribadito la sua tesi. Quest’ultimo, dal canto suo, ha nuovamente sostenuto con forza l’estraneità ai fatti dell’imputato: non ci sono prove sufficienti a suo carico, ha sempre sostenuto, e non esiste movente. Dopo la lettura della sentenza, l’avvocato Spalla ha già annunciato battaglia in corte d’assise d’appello. L’imputato stesso, mentre veniva accompagnato in carcere da quattro agenti della polizia penitenziaria, rivolgendosi ai cronisti con un velo di commozione negli occhi, s’è limitato a dire due parole: ”Sono innocente”.

Porrajmos : a forza di essere vento

Degli zingari gliene frega poco a tutti, stanno anche un po ‘sulle balle a tutti’, sempre ai margini , un po’ ladri , neanche tanto puliti , mai e poi mai integrati, però, bassi populismi a parte, c’è una storia che pochi conoscono

Porrajmos nella lingua dei Rom significa "divoramento" e indica la persecuzione e lo sterminio che il Terzo Reich attuò nei loro confronti. Durante la seconda guerra mondiale vennero uccisi oltre 500.000 zingari, vittime del nazionalsocialismo e dei suoi folli progetti di dominazione razziale. Segnati da un triangolo marrone e dal tatuaggio di una “Z” (zigeuner).

A questi vanno aggiunti quelli uccisi e perseguitati nei territori occupati di tutta Europa. Sebbene nel nostro paese mancasse una esplicita legislazione razziale relativa anche il fascismo fu responsabile di persecuzioni e deportazioni nei confronti di Rom e Sinti.

La storia dello sterminio degli zingari è una storia dimenticata e offesa dalla mancanza di attenzione di storici e studiosi: ancora oggi la documentazione risulta frammentaria e la relazione dei fatti lacunosa. E’ fra l’altro difficile recuperare la storia perchè i suoi protagonisti non erano registrati in nessuno stato proprio perchè nomadi per cultura e tradizione.

In Italia le popolazioni sinte e rom non hanno ancora ricevuto nessun riconoscimento ufficiale per le persecuzioni su base razziale subite durante la dittatura fascista. La Legge n. 211 del 20 luglio 2000 che istituisce il Giorno della Memoria non ricorda lo sterminio subito dalle popolazioni sinte e rom. Nel 2005, per la prima volta dopo sessanta anni, un’amministrazione statale, il Comune di Mantova, chiede ufficialmente perdono a tre sinte sopravvissute al Porrajmos, riconoscendo la persecuzione razziale subita.
I fondi destinati alla ricerca storiografica sono inesistenti. La raccolta dei documenti e delle testimonianze nella maggioranza dei casi sono addirittura ostacolati. Pochissime sono le risorse offerte per le pubblicazioni frutto di lavori supportati in modo volontario da ricercatori e studiosi.

Pochissimi infatti conoscono un fatto rilevantissimo: nel maggio del 1944 nell’imminenza della liquidazione del "settore zingari" ad Auschwitz , i 4.000 nomadi sopravvissuti resistettero, a mani nude, con coltelli improvvisati, le donne, le madri in prima fila a proteggere i bambini.
Una delle rarissime rivolte in un campo di sterminio, l’unica ad avere successo, perchè l’operazione nazista fu interotta.
Qualche mese dopo un migliaio di nomadi fu trasferito a Buchenwald, eliminato, la capacità di resistenza totalmente indebolita, tutti i rom passati per il camino del forno crematorio 5.

Ora una proposta di legge è stata inoltrata dal senatore Livio Togni (di etnia Sinta) perché la “Giornata della Memoria”, che ricorda lo sterminio del popolo ebraico e degli oppositori del regime nazi-fascista, inserisca tra le vittime anche Rom, Sinti, omosessuali, Testimoni di Geova e disabili. Una proposta per ristabilire la verità storica, tenere desta la memoria e contribuire al superamento delle varie “forme di discriminazione ancora oggi presenti, soprattutto contro i Rom”.

Da segnalare anche "A forza di essere vento – lo sterminio nazista degli Zingari" un cofanetto cartonato, a 4 ante, contenente 2 Dvd e un libretto allegato.
I due Dvd comprendono documentari, interviste, spettacoli musicali per un totale di oltre 2 ore e mezza di visione. Il libretto di 72 pagine contiene articoli e immagini relative agli Zingari, allo sterminio di cui furono vittime durante la Seconda Guerra Mondiale, alla loro realtà attuale.

Produce EDA, acronimo di Editrice A, la cooperativa editoriale anarchica che pubblica da 35 anni la rivista anarchica “A” e che negli ultimi anni ha prodotto alcuni Cd e Dvd legati a Fabrizio De André.

Microcamera per spiare il codice segreto del postamat

scoperto dalla polizia un congegno nascosto nello sportello delle Poste di Sant’Antonio

Un trucco “diabolico” e infallibile, di quelli che si vedono nei film di spionaggio dove la microtecnologia la fa da padrona: una telecamera minuscola infilata nel vano di uno sportello bancomat preventivamente modificato in modo da trattenere la tessera del malcapitato utente. Nessuna clonazione ma un furto in piena regola: la telecamerina serve a riprendere la mano dell’utente mentre digita il codice segreto e il meccanismo per agganciare e trattenere la tessera serve, appunto, per fare in modo che i ladri – appostati lì vicino – possano utilizzarla immediatamente, prima che il proprietario riesca a capire cos’è accaduto e bloccarla. Una tecnica che richiede competenze non da poco, degne di una banda superpecializzata. Ed è proprio una banda con tali competenze che in questi giorni si sta aggirando nel Piacentino. Il “problema” è emerso quasi per caso l’alreo pomeriggio a Sant’Antonio. Una signora che abita da quelle parti è andata allo sportello Postamat dell’Ufficio postale che si affaccia sulla via Emilia Pavese; doveva semplicemente ritirare un po’ di contante prima dello shopping, ma qualcosa non andava per il verso giusto: la bocchetta dello sportello sembrava difettosa, la tessere non entrava come avrebbe dovuto nonostante i ripetuti tentativi della donna. Quando quest’ultima s’è accorta che la tessera poteva rimanere incastrata, l’ha estratta con forza. E’ a quel punto che ha avuto una strana sorpresa: s’è staccata l’intera maschera in plastica dello sportello, quella attorno alla bocchetta per inserire la tessersa; e in mano le è finito un congegno curioso, sembrava una telecamera in miniatura. La era, in effetti: una microcamera puntata proprio verso la tastiera del Postamat e collegata a una scheda “Sd” (Secure Digital) da 512 megabyte di memora, identica a quelle usate dalle macchine fotografiche digitali. Evidentemente il trucco non era stato predisposto a regola d’arte e a mandare tutto a monte è stata la siignora che cercava di ritirare il contante. Non appena le è rimasto in mano il finto sportello Postamat, la donna ha chiamato la polizia. Lì a due passi c’erano senz’altro i ladri, pronti a entrare in azione nel momento in cui la donna se ne fosse andata senza la sua tessera. Quando hanno visto ciò che è accaduto, però, hanno pensato bene di darsela a gambe senza lasciare tracce.
Ora è da chiarire se quello tentato sabato alle Poste di Sant’Antonio sia l’unico colpo a Piacenza. Difficile a credersi (sarebbe davvero troppo pensare che proprio il primo tentativo sia andato a vuoto). Ed è proprio per questo che ieri mattina dalla questura è partito un appello rivolto a tutti i cittadini: chiunque in questi giorni si sia ritrovato con il bancomat o il postamat trattenuti inspiegabilmente da qualche sportello, controlli nel dettaglio l’estratto conto e se dovessero risultare prelievi “inattesi”, contatti la polizia.

Ricerche a tutto campo ma di Alessandro Gogni ancora nessuna traccia

L’agricoltore 65enne di Caorso è scomparso da lunedì mattina

Ancora nessuna traccia di Alessandro Gogni, 65 anni, agricoltore di Caorso uscito di casa lunedì mattina per andare a lavorare e mai più rientrato. Per tutta la giornata di ieri si sono susseguite battute di ricerche nella zona di Caorso e addirittura a Piacenza, dove nei giorni scorsi era stato visto aggirarsi in bicicletta. Ma proprio il ritrovamento della bici, con il berretto appeso al manubrio, ha fornito un fondamentale punto d’inizio che sino a quel momento mancava. A trovarla, appoggiata di fianco al ponte ferroviario sul Chiavenna, a Caorso, sono stati due volontari della protezione civile. Erano le 17,15 di ieri. Da quel momento la operazioni sono state ripartite su due gruppi, ognuno formato da circa 25 uomini: il primo scandagliava le sponde del torrente mentre il secondo controllava la linea ferroviaria. Un terzo gruppo formato da vigili del fuoco sommozzatori si occupava del corso d’acqua mentre i cinofili perlustravano i dintorni. Dopo una nottata di ricerche vane, stamattina alle prime luci dell’alba le operazioni sono ricominciate e stanno proseguendo anche in questo momento. Sono stati intensificati i controlli degli argini e del corso d’acqua del Chiavenna e di tutti i canali affluenti, pubblici e privati. L’assessore alla protezione civile di Caorso, Vladimiro Poggi, ha contattato oggi il sindaco di Ferriere, Antonio Agogliati, chiedendo di mobilitare il più possibile la comunità: Alessandro Gogni, seppur residente a Caorso da anni, è originario di Ferriere e non è escluso che possa essere rintracciato in quelle zone dove ha ancora parenti e amici.

Cittadino di Caorso scompare nel nulla. Ricerche in corso

Chi avesse informazioni contatti i Carabinieri (112)

Sono in corso le ricerche di un cittadino di 65 anni di Caorso scomparso da casa da circa 24 ore. Si chiama Alessandro Gogni, agricoltore, statura 1.75 m, occhi azzurri, capelli brizzolati, corporatura media. L’ultima volta che è stato visto, nella mattinata di ieri, era in bicicletta. Chi avesse informazioni al riguardo contatti il 112 (Pronto intervento Carabinieri).

La gelateria Astra distrutta da un incendio nella notte

L’allarme è scattato intorno alle 5,30. Danni ingenti ma nessun ferito. Probabilmente è stato un corto circuito

Un pauroso incendio ha completamente distrutto la gelateria Astra di via Boselli. E’ accaduto questa notte intorno alle 5,30, quando tre squadre dei vigili del fuoco di Piacenza sono accorse dopo che alcuni passanti avevano notato del fumo che usciva dal locale chiuso. I pompieri hanno lavorato fino a pochi minuti fa per domare l’incendio e per mettere in sicurezza gli ambienti. Fortunatamente salve, invece, una decina di persone che si trovavano nelle stanze dell’albergo al primo piano. Sono stati tutti evacuati dalla polizia e dall’Ivri, mentre il 118 di Piacenza ha inviato un’ambulanza della Croce rossa e una della Croce bianca. Ingenti i danni causati dalle fiamme, che hanno completamente distrutto la storica gelateria. Le cause del rogo sono ancora al vaglio della sezione di polizia giudiziaria dei vigili del fuoco. Non trova conferma, al momento, l’ipotesi di un gesto doloso, mentre sembra probabile che si sia trattato di un corto circuito elettrico nel motore di un frigorifero rimasto acceso. Le fiamme, da lì, si sarebbero poi propagate in fretta al resto dei locali.

Vietato pensarla diversamente

Non c’è più spazio per la politica, ci sono cose ben più importanti delle quali occuparsi. Cosa? In ordine alfabetico si potrebbero citare: cemento, escavazioni, ipermercati e logistica. Cose serie, insomma, non “tatticismi”

Il riformismo costituisce l’estremo opposto del socialismo rivoluzionario. Che cosa differenzia le due posizioni?
La Socialdemocrazia ritiene che si possa migliorare e perfezionare l’ordinamento liberaldemocratico mentre la Sinistra comunista ritiene che esso debba essere abbattuto per costruire un nuovo modello di società.
Nella storia italiana della fine del XIX secolo, il riformismo ha influenzato l’evoluzione del movimento socialdemocratico e socialista, di cui ha rappresentato la corrente più moderata, e i cui sostenitori ritenevano possibile una collaborazione fra i ceti proletari e la borghesia nell’ambito delle istituzioni parlamentari, allo scopo di favorire un rapido miglioramento delle condizioni di vita dei ceti meno abbienti, ed in particolare degli operai salariati. Fra gli esponenti di spicco del riformismo italiano del primo novecento si annoverano Carlo Rosselli e Filippo Turati. Leonida Bissolati ed Ivanoe Bonomi vennero addirittura espulsi dal Partito Socialista per le loro idee riformiste.
Il riformismo è oggi, invece, una sorta di “bella parola” della quale molti abusano nei loro discorsi e nella definizione della loro azione politica. Personalmente, ma questo è solo il mio modestissimo parere, il centrodestra può essere più riformista del centrosinistra in quanto il riformismo di sinistra è figlio di una concezione astratta, illuminista, sradicata e cosmopolita. Il riformismo liberale, invece, può essere un riformismo di tipo nazionale, perché nel suo cammino di immaginazione del fare può direttamente partire dai tratti caratterizzanti dell’identità politica italiana e della sua storia. Ma, al di là delle mie opinioni, una cosa è certa: il centrosinistra, quello recente della Seconda Repubblica, si è sempre riempito bocca e tasche di concetti riformisti, di intenti liberaldemocratici e di ispirazioni cristianosociali, salvo poi dimostrarsi estremamente intollerante nei confronti di tutti coloro che non si sono allineati e piagati alle tesi delle nomenklatura locale e nazionale.
A Piacenza, per esempio, abbiamo assistito, più volte e in più riprese, alle minacce di scomunica promulgate nei confronti di consiglieri comunali di maggioranza che hanno osato mettere in dubbio l’operato del Sindaco Reggi, alle emarginazioni di esponenti politici ulivisti che, solo perché chiari, sono incorsi in allontanamenti e vendette di bassissimo livello politico e personale (vedi Pareti, Levoni, Tansini e Gelmini).
E anche oggi, come in una farsa dai biechi contorni di provincia, assistiamo a sbellicanti ultimatum scoccati da segretari di partito che, come il buon Bisotti della Margherita, hanno imparato fin troppo velocemente l’arte del “o con me o contro di me” ben nota al Sindaco Re. In sostanza, è severamente vietato pensarla diversamente, vietato disturbare i manovratori.
E così, chissenefrega se Mario Angelillo, già coordinatore della Margherita di Piacenza prima del signor Bisotti, denuncia che “la sinistra radicale ha imposto la sua linea impedendo qualsiasi intervento se non in campo fiscale aumentando le imposte a carico in modo particolare del mondo produttivo sotto lo slogan anche i ricchi piangano” e che “la Margherita è morta per eutanasia”; a chi importa se Massimo Silva, consigliere comunale della Margherita di Piacenza, confessa che “il partito è sostanzialmente assente a livello nazionale, mentre a livello locale è innegabile il disagio di fronte ai metodi fin qui dimostrati”.
Bazzecole, piagnistei senza senso o, addirittura, “tatticismi” e “rischi di intossicazione”, come li ha bollati il profondo Bisotti. Altro che condivisione cristiana di percorsi comuni, altro che tavoli programmatici e pragmatici”¦
Non c’è più spazio per la politica, ci sono cose ben più importanti delle quali occuparsi. Cosa? In ordine alfabetico si potrebbero citare: cemento, escavazioni, ipermercati e logistica. Cose serie, insomma, non “tatticismi” da Prima Repubblica che cozzano vergognosamente contro le cose serie delle Giunte Reggi e Boiardi. E contro l’anima del 900 e dei suoi soliti incensati protagonisti. Amen.

Ricordando Pier Paolo Pasolini

Un suo pezzo del Corriere della Sera del 14 novembre 1974… terribilmente attuale.

Il 2 novembre 1975 Pier Paolo Pasolini fu zittito per sempre.
Uno degli intellettuali, artisti, scrittori più significativi e "avanti", una delle menti più lucide e impegnate nella storia della cultura italiana, chiudeva tragicamente un’esistenza controversa ma sempre decisamente e coerentemente controcorrente.

Sulla morte di Pasolini sono state ipotizzate diverse implicazioni: dall’estremismo di destra alla banda della Magliana (all’epoca fu rubato il negativo degli ultimi giorni di girato di Salò e Novecento e chiesto un riscatto di due miliardi di lire, come confermato da Sergio Citti) dai servizi segreti italiani ai discepoli di Evola, ai politici infastiditi dai suoi elzeviri al vetriolo apparsi sul Corriere della Sera, alla P2 fino al tacito coinvolgimento dei borgatari stessi dell’Idroscalo (tutti sordi quella notte) e alle tesi di Giuseppe Zigaina, secondo le quali Pasolini avrebbe inscenato la propria fine in un contesto religioso-simbolico preannunciato da alcune sue poesie e da passi di Petrolio (cfr. Pasolini e l’abiura, 1994 e Hostia, 1995). Una summa di tutte le ipotesi è contenuta nel film Pasolini, un delitto italiano (Marco Tullio Giordana, 1998) e nel primo capitolo di Vita di Pasolini, biografia scritta da Enzo Siciliano ed edita da Rizzoli nel 1979.

Di sicuro non morì come è sempre stato sostenuto.

Personalmente Pasolini ha segnato pesantemente la mia adolescenza e mi ha insegnato tanto (lo portai come autore italiano all’esame di maturità e la commissione presieduta da un prete non ne fu contenta).

A casa mia in un quadro c’è la pagina del Corriere del 14 novembre 1974 scritta da Pier Paolo Pasolini TERRIBILMENTE ATTUALE che voglio riportare qui di seguito.

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti. Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969), e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974). Io so i nomi del gruppo di potenti che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il 1968, e, in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del referendum. Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neonazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine ai criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi bruciavano), o a dei personaggi grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli. Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killers e sicari. Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero.Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il "progetto di romanzo" sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile…

Bimba chiusa nell’auto in piena notte mentre i genitori sono in trattoria. Denunciati

Un passante nota la piccola di quattro anni che piange disperata. Era sola da più di mezzora

Abbandono di minori. E’ il reato di cui si trovano ora a dover rispondere due impiegati piacentini – lui 50, lei 37 anni – identificati e denunciati ieri sera dalla polizia. L’intervennto degli agenti era stato chiesto da un giovane di passaggio in via X Giugno: uscendo da un locale della zona aveva notato una bimba piccola piangere disperatamente nell’abitalcolo di un’auto parcheggiata. La bimba – poi si scoprirà che ha quattro anni – «era sola, tremava per il freddo e quasi faceva fatica a respirare da quanto piangeva» ha riferito il testimone all’operatore del 113. Poco dopo una volante è intervenuta in via X Giugno. Era tutto vero: la bambina era tanto sotto choc che non rispondeva nemmeno ai richiami degli agenti ma guardava fissa il lunotto posteriore sperando – forse – di veder comparire i genitori. Loro, nel frattempo, stavano bevendo un amaro al tavolo di una trattoria poco lontano. Lo hanno scoperto i poliziotti della squadra volante: non vedendo arrivare nessuno (da quando il passante aveva notato la bambina a quando aveva poi chiamato la polizia e all’arrivo degli agenti era trascorsa più di mezzora) avevano svolto accertamenti per risalire all’intestatario dell’auto ed erano entrati nei locali della zona per vedere se per caso rintracciavano i proprietari dell’auto. Alla vista dei poliziotti, pare che la proprietaria dell’auto – nonché mamma della bimba chiusa dentro – si sia indispettita: «Non abbiamo commesso alcun reato» avrebbe detto, rifiutandosi inizialmente di presentare i documenti, come le era stato chiesto dai poliziotti. «Stava dormendo e l’abbiamo lasciata in auto» pare che abbia aggiunto giustificandosi con gli agenti come se fosse la cosa più normale del mondo abbandonare una bambina di quattro anni sul sedile posteriore di una macchina parcheggiata a mezzanotte e mezza in mezzo a una strada trafficatissima durante i fine settimana. I due genitori, entrambi incensurati, sono stati denunciati per abbandono di minori. La bambina è stata nuovamente affidata alla madre «per evitarle ulteriori choc» ha precisato stamattina Giuseppe Taschetti, dirigente delle volanti della questura.