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Germana Berton

Piacenza. Approvato finalmente dal Comune il progetto Eataly

Aprirà il prossimo autunno alla Cavallerizza il nuovo spazio dedicato al cibo, alla ristorazione e alla didattica del mangiare

Il comune ha approvato il progetto definitivo per la realizzazione di Eataly alla Cavallerizza.
Si tratta di un parco gastronomico didattico che darà lavoro a tanti giovani disoccupati e precari. La realtà affermatasi già a Tokio, New York e Roma, rappresenta un’ottima prospettiva di sviluppo per Piacenza. All’interno della struttura troveranno spazio diversi ristoranti e uno spazio per la vendita delle eccellenze italiane e soprattutto locali, ma non solo, verranno organizzati corsi didattici di educazione alimentare.
L’attesa è molta, ma dovremo aspettare fino al prossimo autunno, indicativamente tra settembre e dicembre, per l’avvio operativo. Il ritardo di quasi un anno rispetto alle previsioni è dovuto, secondo l’a.d. Francesco Farinetti, ai problemi con la ditta costruttrice e all’apertura di Eataly a Roma.
La parte dei lavori sarà realizzata dalla cooperativa piacentina Indacoo.

Perino. Chiuse le indagini sull’incidente del 24 agosto, ma la vittima è ancora in coma

Accusato il conducente dell’auto di lesioni gravissime, omissione di soccorso e guida in stato di ebbrezza

Il giovane di 25 anni, Matteo Fossati, investito lo scorso 24 agosto a Perino, è ancora in coma.
Il conducente dell’auto pirata, il 27enne P.G. di Gossolengo, era stato subito rintracciato dai carabinieri di Bobbio e arrestato. Ora le accuse sono di lesioni gravissime, omissione di soccorso e guida in stato di ebbrezza, pare infatti che il tasso alcolico del ragazzo fosse di quasi cinque volte il limite consentito.
Si chiudono dunque le indagini sul grave incidente avvenuto questa estate, ai legali della difesa rimangono venti giorni per richiedere ulteriori accertamenti, al termine di questo periodo l’indagato verrà rinviato a giudizio.

New York. Traghetto si schianta contro il molo, sale il bilancio dei feriti

L’incidente è accaduto mercoledì mattina al Pier 11, il porticciolo di Lower Manhattan

Pare che il traghetto abbia urtato una chiatta da carico nell’accostarsi al Pier 11 di Lower Manhattan. Secondo un primo bilancio della polizia di New York i feriti ammonterebbero a più di 50 e sono due i casi gravi. La rotta di navigazione del traghetto della Seastrake collega Lower Manhattan al New Jersey e ogni giorno è frequentata da centinaia di pendolari.
Il presidente della compagnia, James Barker, ha spiegato che il contraccolpo dovuto all’urto con la chiatta abbia causato il gran numero di feriti, poichè la gran parte dei pendolari erano in piedi già pronti allo sbarco.
L’incidente avvenuto alle 8.45 di mercoledì mattina ha lasciato un grande buco sulla prua del traghetto e tanto spavento agli oltre 300 passeggeri.

iPhone low cost. La nuova ”vision” di Apple per competere in Cina

Materiali economici e pezzi riciclati, la nuova frontiera degli smartphone più famosi al mondo

La notizia arriva da New York, dove secondo indiscrezioni il nuovo smartphone economico potrebbe essere lanciato sul mercato entro la fine del 2013. Ad incidere positivamente sul prezzo finale sarà il passaggio dall’alluminio al policarbonato e, perchè no, all’utilizzo di parti riciclate da altri modelli ormai in pensione.
Un mercato nel quale potrebbe entrare anche Facebook con il misterioso evento organizzato per il prossimo 15 gennaio. L’ipotesi infatti, anche se improbabile, è che possa presentarsi al pubblico con un proprio telefono.
La nuova filosofia seguita da Apple va però a scontrarsi con quella del suo fondatore, Steve Jobs infatti ha sempre dato la priorità ai profitti piuttosto che alla conquista della massa. Come spiegarsi dunque questo cambio di strategia da parte della grande azienda californiana?
Secondo il Wall Street Journal, Apple starebbe cercando di guadagnare quote di mercato più ampie, preoccupata dal calo delle consegne globali di smartphone nell’ultimo trimestre 2012 (in particolare rispetto alla sua principale concorrente, la sudcoreana Samsung). Obiettivo: la conquista del mercato cinese, dove fino ad oggi dominano incontrastati, come in tutti gli altri settori di consumo, le imitazioni.

Aggiornamento notizia:
Apple. Smentita l’uscita di un iphone low cost per la fine dell’anno

Libano. Rapito il giornalista piacentino Gianfranco Salvatori

Subito liberato grazie all’azione diplomatica svolta dal tenente colonnello Giovanni Ramunno

Il giornalista piacentino e collaboratore di Radio Sound Gianfranco Salvatori, già caposervizio della Cronaca di Piacenza e ora a Citynews, si trovava in missione a Shama insieme ad altri tre colleghi: Mario Rebeschini, presidente dell’Associazione italiana fotoreporter, Elisa Murgese, cronista di Radio Popolare e Left e la fotografa Rossella Santosuosso, quando è stato vittima di un rapimento lampo.
Ricordiamo che Salvatori è al seguito degli sminatori del Genio pontieri di Piacenza con i quali ha già partecipato dal 2009 a diverse missioni, dall’Afghanistan al Kosovo e ancora in Libano, che sono state pubblicate in reportage da zone di guerra dall’allora quotidiano piacentino La Cronaca.

Il fatto è accaduto domenica pomeriggio a pochi chilometri dalla base ONU, in un’area controllata prevalentemente dagli hezbollah, dove il gruppo di giornalisti scortato da alcuni soldati italiani, si è trovato di fronte un blocco probabilmente armato di almeno venti persone che con le auto e le minacce hanno impedito loro di proseguire. Sono state subito sequestrate loro le macchine fotografiche e i cellulari, nonchè le attrezzature radio dei soldati.
La situazione fortunatamente si è conclusa in fretta grazie all’azione diplomatica svolta dal tenente colonnello Giovanni Ramunno che è riuscito dopo circa un’ora di parole e grazie anche all’intervento di una pattuglia della Laf, le forze armate libanesi, a far rilasciare il gruppo sequestrato e a far riconsegnare tutta l’attrezzatura.

Secondo il generale Antonio Bettelli, responsabile del settore Ovest della missione e comandante della brigata Friuli con sede a Bologna, questo fatto è “un episodio che offende il popolo libanese oltre ai soldati e ai giornalisti in missione Unifil”.

(foto: Piacenza 24)

Il ”Made in Italy” ridotto in polvere. Adesso tocca al vino DOP

Bloccata la commercializzazione dei kit per la produzione di vino in polvere per i possibili rischi alla salute dei consumatori europei

I sofisticatori le inventano tutte pur di fare affari a danno dei consumatori e dei produttori onesti, ma non sempre gli va bene e i loro tentativi vengono stoppati sul nascere o quasi dalle istituzioni, specie quelle europee che in tema di tutela dei diritti dei consumatori e della salute sembrano sempre pronte a dire la loro. E l’associazione “Sportello dei Diritti“, è sempre pronta a segnalare gli abusi e le misure adottate dalle autorità.
Questa volta è toccata al vino e alla vendita di kit per la realizzazione di vino in polvere prodotti in Svezia e Canada e commercializzati nel Regno Unito, che ha visto la rapida risposta del Commissario europeo all’Agricoltura Dacian Ciolos ad un’interrogazione in merito, anche in relazione ai possibili rischi per la salute dei consumatori europei. Iniziativa che per la rapidità e la sensibilità dimostrata, secondo Giovanni D’Agata, fondatore dello “Sportello dei Diritti”, merita uno speciale plauso.
Tali prodotti venduti anche in rete, promettevano ai consumatori di ottenere in tempi rapidissimi e a costi bassi alcuni tipi rinomati di vini italiani anche Dop e tra questi Valpolicella, Barolo o Chianti. I kit in questione non sono altro che confezioni contenenti polverine, mosto, agenti chimici e trucioli di quercia per dare il giusto “sapore” al prodotto finito.
La Coldiretti è arrivata a stimare che nell’area UE, circolerebbero già oltre 20 milioni di bottiglie realizzate con questo procedimento.
È evidente che tali prodotti non solo creano ingentissimi danni a livello economico e di immagine ai produttori vinicoli del Nostro Paese, ma costituiscono anche un grave pericolo per la salute dei consumatori.
A seguito dell’interrogazione in questione, la Commissione europea durante l’ultima riunione del comitato di gestione dell’OCM unica, ha reso noto di aver informato le delegazioni degli Stati membri che la produzione o la commercializzazione di vini in kit sia in contrasto con le norme di etichettatura per il settore vitivinicolo stabilite dalle normative europee.
Peraltro, l’istituzione europea ha invitato gli Stati membri ad adottare tutte le misure necessarie ad impedire la commercializzazione dei kit in questione e a tutelare la salute dei consumatori. In particolare, sono state contattate le autorità italiane e britanniche affinché si adoperino per proibire immediatamente la commercializzazione di tali prodotti e mettano in pratica tutti i provvedimenti necessari a prevenire qualsiasi utilizzo illecito dei marchi Dop e Igp.

Prodotti taroccati all’estero ”Made in Italy”. L’ultima contraffazione arriva dal Messico

Continuano le falsificazioni dei prodotti italiani, in particolare nell’agroalimentare

Meno di tre mesi fa, per la precisione lo scorso ottobre, al Forum Internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione di Cernobbio, la Coldiretti, aveva reso noti i dati riguardanti la falsificazione dei prodotti alimentari “Made in Italy”. Ne emergeva un quadro devastante per la nostra economia complessiva con un grave vulnus nell’agroalimentare, uno dei settori strategici e più produttivi del Paese, con perdite stimate per 60 miliardi di euro di fatturato all’anno e di circa 300.000 posti di lavoro.
Sono cifre che dovrebbero far riflettere tutte le istituzioni, specie in un momento come quello che stiamo vivendo nel quale i consumi interni registrano cifre che ci riportano indietro di anni ed il settore in questione è tenuto a galla dall’export che pare non arrestarsi specie in settori strategici come quelli dei vini, dei salumi e dei formaggi.
Ma se l’UE ha introdotto regole stringenti per tutelare i prodotti tipici nazionali dei vari stati membri, al contrario, all’estero si continua ad assistere ad un vero e proprio far west dell’agroalimentare, stante la difficoltà per i produttori nostrani di poter vedere tutelati i propri marchi oltre l’area d’influenza dell’Unione.
L’ultima segnalazione circa una grave contraffazione giunge dal Messico. Di recente è stato denunciato da alcuni concittadini in vacanza, che nei supermarket del paese centroamericano viene messo in vendita in bella mostra sugli scaffali un prosciutto la cui denominazione fa propendere in maniera a dir poco truffaldina a considerarlo come “Prosciutto di Parma”. Peraltro, sulla confezione è messo in bella mostra l’indirizzo di un sito web (www.parma.com.mx) dove vengono pubblicizzati diversi prodotti alimentari a “marchio” Parma e che ovviamente nulla hanno a che fare con i prodotti tipici del capoluogo emiliano.
Non è la prima volta che il consorzio del tipico prosciutto di Parma è nel mirino dei contraffattori. Uno dei casi emblematici dell’assenza di tutele nel settore è quello registratosi in Canada qualche tempo fa e che ha portato ad una situazione paradossale che la dice tutta sulla necessità d’interventi a livello globale. Nel caso in questione il finto prosciutto italiano viene prodotto in Canada e venduto con nome e marchio del prosciutto di Parma, mentre quello vero importato dall’Italia deve essere commercializzato con un altro nome. Ciò almeno secondo un’assurda sentenza della Corte Federale canadese secondo cui il marchio storico sarebbe già stato registrato nel Paese proprio dalla società che produce e vende il falso Parma.
Alla luce della carenza di misure certe per la tutela dei prodotti tipici del “Made in Italy”, da parte degli enti, come il WTO, che si occupano del commercio globale, che consentirebbero di evitare situazioni come quella accaduta in Canada, Giovanni D’Agata, fondatore dello “Sportello dei Diritti“, invita comunque i consumatori italiani a segnalare tutti i possibili atti di pirateria agroalimentare per poter consentire tempestivamente ai produttori nazionali da sempre impegnati a garantire standard elevati di qualità conquistati con decenni, per non dire centinaia d’anni d’esperienza, d’intervenire presso le autorità giurisdizionali straniere per limitare i danni ed evitare o almeno ridurre le conseguenze di questo genere odioso di concorrenza sleale.

Crisi. Le famiglie italiane tagliano il riscaldamento, è la cosiddetta ”fuel poverty”

L’impennata delle bollette energetiche e la crisi stanno costringendo a spegnere le caldaie nel pieno dell’inverno

Nel Regno Unito la chiamano “fuel poverty”, che detta in parole italiane è quel fenomeno di progressivo impoverimento delle famiglie che le costringe a dover tagliare il riscaldamento a causa dei costi sempre maggiori delle bollette energetiche e alla difficoltà di arrivare a fine mese.
Un sondaggio effettuato nel paese d’Oltremanica ha rilevato che arriva al 23 % il numero delle famiglie costrette a scegliere tra l’alimentazione dei loro bambini e il “normale” riscaldamento delle proprie case, mentre molti si stanno imbacuccando con vestiti extra e coperte per cercare di mantenersi più al caldo anche nella propria dimora. Il 56 %, invece spegne la caldaia quando i propri piccoli sono a scuola o comunque fuori casa.
E le previsioni non sono rosee: gli esperti arrivano a dire che il numero di famiglie colpite da “fuel poverty” raddoppierà entro il 2016.
Se in Gran Bretagna è soprattutto l’impennata dei costi energetici a causare queste drammatiche situazioni che hanno una diffusione senza precedenti negli ultimi tre decenni, in Italia le segnalazioni che giungono allo “Sportello dei Diritti” sono nello stesso segno, ma aggravate da una crisi economica ancor più evidente anche se forse non si è giunti al picco anche perché l’inverno che stiamo vivendo è senz’altro più mite di quello dei paesi del nord Europa.
La colpa di questa situazione per Giovanni D’Agata, fondatore dello “Sportello dei Diritti” va ricercata nelle ricette assolutamente sbagliate per uscire dalla crisi che sono state indirizzate ad assurdi tagli che sono andati a colpire i comuni che perlomeno potevano garantire livelli minimi di assistenza o qualche sussidio specie nei confronti dei più disagiati, ma anche da insane politiche energetiche nazionali, anche quelle degli ultimi anni che continuano a privilegiare le fonti fossili che in quanto tali sono destinate ad esaurirsi e ad un aumento continuo e costante dei costi, a danno delle cosiddette rinnovabili. È evidente, che anche in Italia come nel Regno Unito, siano le lobby dei petrolieri e dei magnati del “gas naturale” ad influenzare tali assurde strategie energetiche che porteranno ancora più danni nel corso dei prossimi anni.
Agli italiani non resta che affidarsi alle bizzarrie del tempo, sperando in inverni miti anche in futuro a meno che il prossimo governo non cambi rotta. Ma anche in questo, per ciò che si prepara all’orizzonte, lasciateci il beneficio di dubitare.