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Sessismo e giornali. Quanti indizi servono per fare una prova?

Due anni fa il New York Times ha chiesto a Jessica Bennett, giornalista, di ricoprire la carica di «gender editor», con il compito di vegliare sulla buona rappresentazione del mondo femminile nelle pagine dei quotidiani, nelle storie raccontate, nei titoli in pagina. Credo che oggi, più che mai, serva qualcosa di analogo anche in Italia.

Oggi un giornale di Rimini ha titolato: “Ubriache fradicie al party in spiaggia, due 15enni violentate dall’amichetto“. E’ un titolo che non si può accettare nel 2020 e deve essere condannato apertamente, trattandosi di un esempio da manuale di come spesso venga trattato un argomento tanto delicato. La notizia è che un quindicenne ha stuprato due ragazze, non che loro due fossero ubriache.

L’altro ieri “Libertà”, il quotidiano storico di Piacenza, ha accolto l’arrivo del nuovo Prefetto Daniela Lupo con questo titolo: “Se ne va il prefetto Falco, nominata una donna“. Il direttore Visconti nell’edizione del giorno successivo si è scusato, ammettendo l’errore, ma la polemica ha tenuto banco sui social con post che continuano ancora oggi ad essere commentati.

Sappiamo tutti che le donne sono entrate a pieno titolo nel mondo del lavoro da poco tempo (50 anni circa) e che devono sgomitare per ottenere un trattamento almeno simile ai colleghi maschi. E’ altrettanto evidente che le donne che ricoprono ruoli politici o strategici sono ancora guardate come fossero nel posto sbagliato (nel 1965 si titolava “Le donne nella diplomazia (speriamo tengano il segreto)“, ma oggi ci sono giornali come “Libero” che fanno titoli quantomeno discutibili come “Patata Bollente” per parlare delle vicende personali del sindaco di Roma, Virginia Raggi).

Non è immune nemmeno il mondo dello sport. Ricordo il titolo davvero inutilmente offensivo dedicato alle atlete olimpiche Sartori, Boari e Mandia che stavano egregiamente figurando nel tiro con l’arco (“Il trio delle cicciottelle sfiora il miracolo olimpico“).

Insomma, inutile nascondersi dietro un dito. C’è un problema e va risolto. E lo dico da uomo. Forse basterebbe che in ogni redazione fosse affidato il compito ad una donna (o perché no anche ad un uomo) di verificare che i titoli e gli articoli siano scritti in modo che il mondo femminile sia rappresentato in modo equilibrato e corretto.

«Siamo cresciute nell’era del pink power» ha detto in un’intervista Jessica Bennett, «in cui si pensava che le donne potessero ottenere tutto, perché eravamo convinte che la guerra di genere fosse già vinta. Invece continuiamo a inciampare sulle mine del sessismo lasciate dal coriaceo retaggio culturale».

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