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Pressione fiscale 85%. Le piccole imprese strangolate dal fisco

Arthur Laffer, nel 1980, convinse Ronald Reagan ad abbassare le tasse e ci fu la ripresa

In Italia si parla di tasse con rassegnazione, convinti che non ci sia più nulla da fare per emergere dalle sabbie mobili in cui ci sentiamo intrappolati. I politici hanno trasformato l’argomento in uno slogan, incapaci – indipendentemente dal colore – di cambiare davvero qualcosa. Il tessuto delle piccole imprese è una mucca da mungere e nulla più. E al diavolo quelle migliaia di imprenditori che ogni anno portano i libri in tribunale. Qualche altro imbecille prenderà il loro posto, scommettendo la vita in un’ennesima impresa impossibile. Paolo Cardena, consulente finanziario che opera con i maggiori gruppi bancari, ha scritto un articolo che voglio citare per darvi un argomento su cui riflettere. Ha descritto minuziosamente il caso di una piccola SRL con due soci, che ha realizzato, nell’esercizio 2012, un utile di soli 32.000 euro. Una cifra davvero piccola, “eppure la pretesa del fisco – scrive l’autore – è tale da richiedere alla società e ai soci il pagamento di circa 27.000 euro tra tasse e contributi, ossia quasi l’85% dell’utile realizzato”.
Per arrivare a questo spaventoso 85% basta fare pochi calcoli. La società paga 15.593 euro di tasse. “Di cui, 12.024 a titolo Ires, e 3569 per Irap”. Solo così subisce un carico tributario di oltre il 48%. Ma non è finita qui. “Già per l’anno 2012 – spiega Cordena – i due soci hanno corrisposto i contributi Inps sul reddito minimale individuato a circa 15.000 euro. E quindi altri 3.200 euro ciascuno di contributi Inps facendo salire il conto a 21.993”.
L’analisi procede spietata. “Oltre ai contributi pagati sul reddito minimale, la legge prevede che, ciascun socio che lavora nell’azienda debba versare anche i contributi Inps a percentuale sulla parte di reddito eccedente il minimale. In questo caso, essendo il reddito fiscale di euro 43.722 per via della ripresa a tassazione delle componenti di costo poc’anzi enunciate, ne consegue che ciascun socio debba corrispondere all’Inps altri 1.482 euro ciascuno, ancorché il reddito prodotto non sia stato prelevato in forma di utili distribuiti. E l’imposizione fiscale complessiva, con un utile di appena 32.000, è già arrivata a quasi 25.000 euro, ossia il 78% dell’utile prodotto nel 2012”.

“Ma c’è dell’altro – conclude Paolo Cordena – I due soci, nel corso del 2013, volendo prelevare l’utile netto realizzato nel 2012, o meglio quel che rimane (16.407 = 32.000 – 15.939) anche per far fronte alle proprie spese e al pagamento dei contributi Inps in scadenza nell’anno, saranno sottoposti a un’ulteriore tassazione. Prima di tutto dovranno registrare la delibera di distribuzione dell’utile, pagando 168 euro. Poi, nel 2014, nella propria dichiarazione dei redditi dovranno riportare l’utile imputato a ciascuno di loro (8.203) che andrà a formare la base imponibile in misura del 49.72% dell’utile prelevato, in quanto, in parte, già tassato in capo alla società. Quindi, ipotizzando che lo scaglione di reddito da applicare sia il più basso (23%), ciascuno di loro, al netto degli oneri deducibili pagati nel corso del 2013, dovrà corrispondere all’erario ulteriori 900 euro tra Irpef e addizionali varie. Quindi, il conto delle imposte pagate sia dalla società che dai soci, per un misero utile di 32.000 euro, sale fino ad arrivare a 27.000 euro, euro più euro meno. Ossia l’85% dell’utile prodotto dalla società nel 2012″.

Il caso descritto non è isolato. In tempi di crisi e di aziende in difficoltà è la normalità. La pressione percepita dai piccoli imprenditori è tra il 75% e l’85%. E se questo dato non vi sembra già abbastanza mostruoso, sappiate che non è ancora finita. Su ogni bene acquistato, infatti, ognuno di noi paga l’IVA. Gli imprenditori citati nell’esempio, così come tutti gli altri, dopo avere subito tutte queste tasse, si vedono sottrarre dallo Stato un altro 22% del valore di ogni cosa che acquistano.

Il settimanale “Panorama” dedica la copertina di questa settimana all’imprenditore Fabrizio Castoldi che nel milanese dà lavoro a 700 persone. Anche lui, analizzando i conti della sua azienda, ha dimostrato di subire una pressione vicina all’85%. E in più dai suoi conti emerge che lo Stato penalizza fortemente le aziende che producono, assumendo lavoratori, rispetto a quelle che si limitano a commercializzare. “Le imprese metalmeccaniche italiane subiscono una pressione fiscale dell’85%,” ha spiegato a Panorama, “mentre le aziende non produttive, quelle che si limitano a commercializzare, pagano in media il 30% di tasse”. Dati alla mano, Castoldi dimostra che se lo stato fosse meno esoso, lui potrebbe dare lavoro a più persone. Inoltre se il fisco si accontentasse del 30% lo Stato incasserebbe di più e ci guadagnerebbero tutti.

Che una pressione fiscale eccessiva porta meno soldi nelle casse dello Stato lo aveva già dimostrato nel 1980 Arthur Laffer, economista dell’University of Southern California. Avete mai sentito parlare della “curva di Laffer“? L’economista convinse Ronald Reagan a diminuire le imposte dirette dimostrando che esiste un livello del prelievo fiscale oltre il quale l’attività economica non è più conveniente e il gettito fiscale si azzera.

Nei primi anni ’80, durante la presidenza di Ronald Reagan, quando il tetto massimo dell’aliquota fiscale scese dal 70% al 31%, le entrate dello Stato continuarono ad aumentare ogni anno. Nel 1980 erano pari a 8.858 miliardi di dollari e nel 1990 arrivarono a quasi 2 trilioni di dollari. Secondo i dati storici forniti dall’Ufficio di bilancio del Congresso (CBO, Congressional Budget Office) le entrate governative in percentuale sul PIL aumentarono dal 31.8% nel 1980 al 33.2% nel 1989.

Non pretendo di avere le competenze per capire se la teoria di Laffer abbia o meno un fondamento scientifico. Quello che però mi sembra assolutamente chiaro è che oggi in Italia non conviene fare impresa, mettere a rischio la propria vita e quella della propria famiglia per combattere contro un sistema sciagurato. Vogliamo parlare dei costi della burocrazia? Negli Stati Uniti si può aprire un’impresa in 2 giorni. Qui da noi occorre consultare notai e commercialisti, fare comunicazioni all’Agenzia delle Entrate, CCIAA, Inps, Inail, Comune di competenza, banche, assicurazioni, Asl, Vigili del fuoco… manca solo Batman all’appello. E’ davvero sorprendente come, nonostante lo Stato, qualche impresa italiana riesca ancora ad eccellere nel mondo.

Come dicevo all’inizio di questo articolo, purtroppo siamo ormai un popolo rassegnato. Invece di trasformare la nostra indignazione in partecipazione, stiamo scegliendo di rinunciare progressivamente al voto. Senza accorgerci che in questo modo facciamo il gioco di chi ci governa. E’ molto più facile manipolare pochi elettori che doversi confrontare con il popolo intero.

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