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Rolando Rivi. Il seminarista di 14 anni trucidato dai partigiani oggi è beato

Papa Francesco ha riconosciuto il suo martirio. Reggio-Emilia rifiuta di dedicargli una strada

La storia di Rolando Rivi è una di quelle che in Italia non si possono raccontare. Solo grazie a Papa Francesco oggi si ricorda la figura di un quattordicenne coraggioso che andò incontro al martirio nel 1945. Il giovane Rolando entrò nel seminario di Marola nell’autunno del 1942 per seguire la sua forte vocazione. Erano anni bui per i religiosi, soprattutto per quelli che abitavano in Emilia. I suoi genitori erano molto preoccupati per lui, perché indossava con orgoglio l’abito talare professando apertamente la propria Fede. Il 10 aprile del 1945 fu rapito da un gruppo di partigiani che lo costrinsero a seguirlo in un bosco della zona. Spietati, i rapitori lasciarono un messaggio alla famiglia: “non cercatelo. Viene un attimo con noi partigiani”.
Per tre giorni i partigiani picchiarono, umiliarono e seviziarono il ragazzino di 14 anni. Poi lo finirono con due colpi di pistola, uno al cuore e uno alla testa. Il corpo martoriato e senza vita di Rolando fu trovato dal prete del paese, don Alberto Camellini, curato di San Valentino.
In molti hanno chiesto che Reggio-Emilia dedicasse una strada alla memoria di questo 14enne vittima dell’odio, ma le giunte di sinistra hanno ritenuto che non fosse opportuno farlo. Ammettere che anche i partigiani hanno commesso orrori e atrocità è come infrangere un tabù. Non si può fare.

Per i cattolici Rolando Rivi, questo ragazzino felice di indossare l’abito talare, è un martire. La sua tomba è meta di pellegrinaggi e nel 2006 l’arcidiocesi di Modena ha iniziato la sua causa di canonizzazione conclusasi il 28 marzo del 2013 con l’intervento di Papa Francesco che ha autorizzato la Congregazione per le cause dei santi a promulgarne il decreto che ne riconosce il martirio.

La sua storia è simile a quella di altri 129 preti trucidati dai partigiani tra il 1944 ed il 1947 in quell’area che alcuni storici hanno descritto come il “triangolo della morte” (con vertici a Bologna, Modena e Reggio Emilia).

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