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La Grande Bellezza. Un film che vola via etereamente, proprio come quei fenicotteri rosa..

Il capolavoro di Sorrentino visto da occhi pieni di passione

La grande Bellezza non si può raccontare. Non si può descrivere.
Citando le parole di suor Maria, parte integrante di questa grande e bella storia di vite perdute, secondo la quale “La povertà non si racconta… La si vive”, anche l’ultimo film di Sorrentino, non va raccontato. Va semplicemente visto, ammirato.

Poco importa se è piaciuto o meno. C’è chi dice che è un capolavoro, chi una cazzata, ma non è questo il punto. E’ ciò che resta dentro una volta che i titoli di coda scivolano via, come quell’acqua del Tevere retrostante che se ne va pian piano, l’importante. E’ ciò che ci lascia dentro la sublimità di Roma intervallata dal marciume del popolo della notte, quello che rimane inculcato in noi alla fine. Può essere un senso malinconico, di bruttezza, di schifo, di pietà. O di grande bellezza. Quella che emerge dal connubio di soavità di quella Roma ancestrale unita a sprazzi di contemporaneità solenne, di infinite nottate trascorse a ballare sul niente, per placare un vuoto interiore che aleggia sopra la testa dei personaggi di tutto il film.

E’ quello che resta, ciò che conta. Quelle ombre nascoste nelle rovine di una Roma antica, che si fa portatrice di tutti i fantasmi rimasti a galleggiare nelle arie di una contemporaneità fatta di nulla, personalizzata nei valori portanti della società attuale, i soldi, il sesso, il botox… E’ tutta una gran corsa, sebbene la lentezza con cui si muovono i personaggi pare in contrasto con tutto, una gran corsa verso i “valori” di questa nostra società attuale.
“Roma mi ha deluso” dice un grande Verdone piu’ malinconico del solito, piu’ malinconico di tutti i suoi cento personaggi interpretati, la cui amarezza di fondo ha sempre avuto un certo effetto sui grandi suoi amatori.

Una malinconia così profonda che apre un varco nello spettatore che se ne sta seduto passivamente a vedere e realizzare ciò che capita in una realtà non così lontana.
Vi è innanzi a lui un mondo così metafisico che pare di stare in un quadro di De Chirico, dove i personaggi sono quei manichini privi di anima che si muovono confusamente in ampi spazi vuoti.
Non c’è via di scampo, sembra quasi di soffocare in quegli spazi grandi con sottofondo una Roma stranamente deserta. Fino a che uno spiraglio… dato da quel volo di assurdi fenicotteri tipicamente Van Santiani (per i cultori degli esordi del grande regista Gus Van Sant), pronti a prendere il volo da una terrazza che dà sul Colosseo.

Il sublime, l’assurdo, l’orrido, e la classica “misère sans poesie” balzachiana, che sprigionano una profonda bellezza.
La grande bellezza, appunto.
Data anche solo da un sorriso di Servillo, un attore che potrebbe anche non parlare perché in grado di esprimere qualsiasi cosa con quella faccia. Lui, un manichino gigante che ci conduce, ci accompagna, ci fa sbattere la faccia contro quella che si chiama realtà.
Ognuno potrebbe definirla come vorrebbe; poco importa se è una grande bellezza o meno.
Perchè la bellezza non si descrive. La si vive.

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