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Piacenza in Lombardia? Ecco perché ci converrebbe fare provincia con Lodi

Meglio essere la periferia di una capitale come Milano che una periferia di una periferia come Parma

Era il mese di ottobre del 2011 quando, con un intervento di una pagina, venne pubblicata su “Libertà” una provocazione firmata con lo pseudonimo Teobaldo Visconti (nome di un papa piacentino, Gregorio X, vissuto nel Duecento) nella quale veniva rilanciata con forza l’idea di annettere Piacenza alla Lombardia. Secondo questo scenario Piacenza sarebbe stata traino di Cremona e Lodi, invece di essere la Cenerentola dell’Emilia-Romagna, “portando l’acqua” a Parma.
Ecco il testo pubblicato su “Libertà” che, alla luce degli recenti sviluppi che prevedono la fine della Provincia di Piacenza, fagocitata da Parma, torna ad essere molto attuale.

A più 22 anni dal crollo del muro di Berlino e a 20 anni dalla scomparsa del Pci (e, se si vuole, per sovrammercato, con le città di Milano e di Lodi che oggi sono rette da coalizioni di centro sinistra) sarebbe bene che la provincia di Piacenza, in ordine alla sua collocazione regionale, cominciasse a pensare al suo interesse e non continuare ad obbedire a schemi politici e abitudinari, dannosi per Piacenza.
Schemi che non avrebbero mai dovuto contare, ma che, adesso, sono morti e sepolti, oltre che venefici per il futuro di tutti i piacentini e specialmente dei giovani.
L’ interesse della provincia di Piacenza, lo dico subito, è di essere collocata in Lombardia, non in Emilia-Romagna.
E il cambio di Regione è legalmente possibile. In Lombardia infatti, Piacenza sarebbe una provincia trainante, essendo leader di un’area che comprende le province di Lodi e Cremona. In Emilia-Romagna invece, Piacenza è destinata a portare (e, nel futuro, ancora più che nel passato) l’acqua a Parma, connotandosi solo come una provincia permanente donatrice di sangue.
Dice niente la vicenda, fra tutte, dell’ex Cassa di Risparmio di Piacenza e Vigevano? La fusione con Vigevano (un’area più debole) rafforzò la Cassa di Piacenza che infatti mantenne, rafforzata, tutta la sua autonomia.

La successiva fusione con Parma, invece, determinò l’assorbimento della realtà piacentina nella Cassa di Parma. E’, questa, l’inevitabile ed obbligata traduzione dell’apologo para-biblico (con coda) che dice: ” Il leone e l’agnello dormirono assieme”.

Solo che non durò a lungo. La prova del nove di questa affermazione viene dal rischio che ha recentemente corso la Provincia di Piacenza con la “manovra bis” che, inizialmente, prevedeva l’abolizione delle Province con meno di 300 mila abitanti. Il rischio è stato superato per il rotto della cuffia, perché la norma è stata cassata, ma non è detto che non si ripresenti, visto l’aggravarsi della situazione economica.

Quindi il rischio è solo slittato, non scomparso. E noi non possiamo presentarci impreparati (perché ingabbiati nel sarcofago emiliano) al prossimo e non tanto futuro appuntamento con la realtà.
Supponiamo, per un momento, che la norma dell’abolizione delle Province sotto i 300 mila abitanti fosse passata.
Che fine avrebbe fatto, trovandosi in Emilia, la Provincia di Piacenza che di abitanti ne ha 280 mila? E’ molto facile prevederlo, anche se nessuno ha osato dirlo. La Provincia di Piacenza sarebbe subito stata fusa, non “con”, ma “in” quella di Parma. Cioè avremmo perso la nostra autonomia e avremmo messo in zona di sicurezza i parmigiani che, da sempre, sono alla ricerca di una massa critica, ma a spese, sempre, dei piacentini che sono gli unici, in Emilia, ai quali si possa chiedere (e, purtroppo, ottenere) di donare il sangue. Non è, intendiamoci bene, che i parmigiani siano cattivi o voraci. Sono i piacentini che, fin che essi stanno nella Regione Emilia Romagna, sono mangiabili.

Cosa sarebbe invece avvenuto se noi fossimo stati in Lombardia? Alla ricerca della nuova massa critica dal punto di vista demografico, la provincia di Piacenza sarebbe stata fusa con quella di Lodi e magari anche con quella di Cremona (anche se, con quest’ultima, non immediatamente). Ma nella provincia Piacenza-Lodi, al contrario di quella Parma-Piacenza, chi avrebbe il pallino in mano? Basta considerate queste eventualità, per capire che il permanere della collocazione di Piacenza in Emilia è, d’ora innanzi, un rischio esiziale per la nostra città e per la nostra provincia.
Vorrà pur dire qualche cosa, a proposito della gravitazione regionale di Piacenza, che è naturale, evidentissima da sempre ed anche irreversibile, se i grandi quotidiani nazionali (come il Corriere della sera e la Repubblica) che hanno, entrambi, redazioni regionali sia in Lombardia che in Emilia, distribuiscano a Piacenza, sempre tutti e due, solo le loro edizioni lombarde (e non quella emiliana), anche se loro sanno perfettamente che la nostra città appartiene istituzionalmente all’Emilia Romagna.

Questi due grandi quotidiani infatti non fanno delle scelte politiche ma tengono solo conto degli interessi loro e dei loro lettori. La stessa scelta, del resto, viene fatta anche dai telegiornali regionali Rai.
A Piacenza si vede l’edizione lombarda e poco quella emiliana. Così come capita anche con le trasmissioni radiofoniche Rai.

E’ facile accertare in pratica, e senza il bisogno di ricorrere ad analisi troppo complicate, ma solo a constatazioni fattuali ed intuitive, in che regione graviti Piacenza, se ci chiediamo quante volte, negli ultimi dieci anni (se non siamo dipendenti pubblici che debbono per forza andare a Bologna) siamo stati a Bologna e quante volte a Milano.

E se vogliamo invece appoggiarsi ad analisi sofisticate (com’è anche giusto e doveroso fare) basta consultare le analisi gravitazionali della multinazionale Nielsen per scoprire che la provincia di Piacenza è indubitabilmente e nettamente collocata in Lombardia.
La gravitazione di Piacenza in Lombardia è dimostrata anche dalla pura e semplice geografia.
Per accertarlo in modo diretto ed evidente basta munirci di una cartina geografica dell’Italia settentrionale. Se si unisce con una riga la punta Sud dell’Oltrepò pavese (che è in Lombardia nonostante sia, come Piacenza, a Sud del Po) con il lembo Sud della provincia di Cremona, si include, in quest’area “lombarda”, gran parte della provincia di Piacenza.
Sempre dal punto di vista geografico bisogna anche considerare che, essendo la provincia di Piacenza molto squilibrata verso Nord, dal punto di vista demografico, e tenendo conto che nella sola città di Piacenza vive più di un terzo dell’intera popolazione provinciale, questo terzo di popolazione risiede in un territorio che è, in media, collocato a un solo chilometro dal territorio lombardo che, com’è noto, si trova nella metà longitudinale del corso del Po.

Se poi si tiene presente la popolazione che si trova nei comuni rivieraschi del Po, da Castelsagiovanni a Monticelli d’Ongina, costituisce il 60% della popolazione piacentina, vuol dire che il 60% dei piacentini vive un chilometro, o poco più, dal confine lombardo.
Se si tengono presenti questi fatti non è sorprendente considerare Piacenza come una città lombarda ma è sicuramente stupefacente pensare il contrario.
Abbiamo già parlato della vicenda Cassa di Risparmio, che è stata clamorosamente rovinosa, per Piacenza, perché si è rivelata, più che una sinergia, un inghiottimento, che io, peraltro, a quel tempo, accolto dall’indifferenza di tutti, denunciai per come poi sarebbe andata a finire.

Adesso avanza l’idea del decentramento della facoltà di medicina di Parma: Timeo danaos et dona ferentes, temo i Danai anche quando portano i doni. La frase si trova nell’Eneide di Virgilio (Libro II, 49): sono le parole, anche quella volta non ascoltate, di Laocoonte per convincere i troiani a non far entrare il cavallo di Troia nella loro città. Rafforziamo semmai il centro universitario esistente che oltretutto, e non a caso, è ancorato a due grandi istituzioni universitarie milanesi (il Politecnico e la Cattolica).

Realizziamo, se abbiamo i soldi, un collegio universitario nell’ex ospedale militare al servizio delle facoltà esistenti (che sono eccellenti come docenti ma anche gracili come numero di allievi e provinciali come estrazione degli studenti) perché l’unico modo per continuare a mantenere l’università a Piacenza (lo dico conoscendo alcune per noi disastrose simulazioni top secret già fatte a livello di ministero) è di farne un centro universitario al servizio di studenti residenti fuori la provincia e magari anche stranieri.
Non tante facoltà, quindi, ma, quelle poche, eccellenti e di appeal almeno nazionale, rese tali grazie al livello dell’insegnamento, che già c’è, ma anche attraverso l’esistenza di collegi per gli studenti che vengono da altrove. In caso contrario, signori miei, nemmeno le facoltà piacentine oggi esistenti reggeranno alla morsa dei risparmi della spesa pubblica che hanno solo cominciato a far sentire i primi effetti.
E che dire della recentissima fusione/aggregazione della piacentina Tempi in Seta che è la società di trasporto pubblico di Piacenza, Reggio Emilia e Modena? Anche qui siamo al bricolage antistorico e antigravitazionale perché i disegni e le utilità di Piacenza sono state limitate dal sarcofago emiliano che non ci consente di disporre degli spazi di manovra che sarebbe in pieno accordo con le nostre convenienze.

In Lombardia invece, nel trasporto pubblico, sta succedendo l’iradiddio, nel senso che avvengono, in un anno, delle trasformazioni strategiche che, qualche tempo fa, avrebbero richiesto almeno trent’anni di tempo.
L’anno scorso, ad esempio, le Ferrovie Nord, che sono di proprietà degli enti locali lombardi e che sono il complesso ferroviario italiano più corposo, dopo le Ferrovie dello stato, hanno dato luogo a una nuova società con Trenitalia, che si chiama Trenord e che, non a caso, ha subito acquistato treni modernissimi per i pendolari.
Non solo, però. Si è appena conclusa questa mega operazione, che il presidente della regione Lombardia, Roberto Formigoni, e il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia (il primo Pdl e il secondo Pd; ma entrambi interessati a perseguire il massimo utile possibile per i loro cittadini, indipendentemente dai loro schieramenti) si sono incontrati per avviare la fusione dell’appena costituita Trenord con l’Atm che è l’azienda milanese dei trasporti che gestisce tutti i mezzi di Milano e hinterland, dai bus ai tram, alla metropolitana.

Vogliamo mettere Piacenza in un grande giro che faccia in modo, al di là delle parole e degli auspici, che sia unita, fra pochisssimi anni, a Milano, con una metropolitana (che consentirebbe ai piacentini di andare facilmente a lavorare o a studiare a Milano, e ai milanesi di venire, altrettanto facilmente, a lavorare o a studiare a Piacenza?). Se lo vogliamo, entriamo in Lombardia, cioè in un gioco grande, anzi grandissimo, e, per di più, in una realtà a noi omogenea. In caso contrario potremo assistere, impotenti, alla metropolitana milanese che si arresta a Lodi, pur promettendo al presidente Trespidi che arriverà a Piacenza. Ma quando? L’azienda dei trasporti piacentina, anzichè fondersi con quelle, altrettanto marginali di altre due province emiliane, tra l’altro a noi non contigue) avrebbe dovuto fondersi con le omologhe realtà milanesi, entrando cosi, come azionista (e non bussando come postulante) nell’azionariato che conta, in ordine alla risoluzione dei collegamenti con la Lombardia, e quindi con il resto d’Italia, che servono a Piacenza.

Già oggi infatti Trenitalia offre per andare a Roma da Piacenza, con le sue suggestioni su Internet, un Freccia Argento per andare in 40 minuti da Piacenza a Milano e da lì, con coincidenze ogni 10-15 minuti, un Freccia rossa no-stop per Roma che porta alla capitale in solo 2 ore e 50. E l’anno prossimo in due ore e mezza. Andare da Piacenza a Bologna per poi attendere per mezz’ora il Freccia Rossa per Roma è più lungo, in termini di tempo, e meno confortevole.

E che dire degli imminenti programmi di Metroweb per avviare l’allargamento nazionale delle rete a fibra ottica al fine di assicurare agli utenti la banda larga? Questo cablaggio modernissimo parte dall’area lombarda che è già coperta da 7 mila chilometri di questi cavi e Gamberale e Bassanini prevedono di estenderla a livello nazionale ma “solo alle aree forti, ad alta domanda di servizi a banda larga, che sono quindi in grado di ammortizzarli con il loro uso intensivo”.
Se Piacenza fosse in Lombardia, avremmo il diritto di godere del collegamento con la fibra ottica che, tra l’altro, sarebbe già arrivata. Se resta collocata in Emilia, invece, siamo sicuri che Piacenza sarebbe considerata, di per sè, un’area “a forte domanda” di questo servizio che, a sua volta, condiziona pesantemente il business e la ricerca? Avere la banda larga è una ricchezza di opportunità. Non averla, è un’emarginazione. La partita quindi non è di maniera ma di sostanza.

E’ ora quindi che Piacenza si svegli e cerchi di perseguire i suoi interessi, evitando di auto connotarsi, in una logica tafazziana, come periferia di una regione come l’ Emilia Romagna, anziché come una provincia che si trova a solo 50 chilometri dall’unica vera città metropolitana che ci sia in Italia.
Una città metropolitana, Milano, di assolute potenzialità europee.
L’unica, anche considerando Roma, che rappresenti il futuro. Pensiamoci, ed agiamo, fin che siamo in tempo. Ma in fretta perché il tempo lavora contro di noi.
Una cosa infatti è certa: il passato non macina più. E’ il futuro che dobbiamo cavalcare, per il bene dei nostri figlie e dei nostri nipoti.

E a chi dice che, in Lombardia, Piacenza sarebbe la periferia di Milano si può facilmente rispondere che è meglio essere la periferia di una capitale come Milano che una periferia di una periferia come Parma.

Teobaldo Visconti

da LIBERTA’ del 25/10/2011

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