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Polledri sulla sentenza della Cassazione. Matrimonio sotto attacco

Secondo il Deputato della Lega Nord, la famiglia non è un concetto astratto che offre margini di interpretazione

Insisti ed ancora insisti, prima o poi il risultato lo ottieni: secondo la Cassazione (sentenza 4184/2012) "i gay hanno diritto a trattamento familiare come le coppie sposate". In buona sostanza, la Corte chiude ai matrimoni tra omosessuali, ma indica “un trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge a chi è coniugato”. Già lo scorso 13 marzo il Parlamento europeo, lanciando l’ennesimo attacco, ha infatti approvato una Risoluzione "Sulla parità tra donne e uomini nell’Unione Europea", in cui all’art. 7 è espresso il rammarico per "l’adozione da parte di alcuni Stati membri di definizioni restrittive di famiglia con lo scopo di negare la tutela giuridica alle coppie dello stesso sesso e ai loro figli".
Soffermandoci un attimo sul significato del concetto di definizione restrittiva di famiglia ed entrare subito nel merito della vicenda, è opportuno sgomberare immediatamente il campo da ogni dubbio: non può esserci alcuna definizione restrittiva o ampliativa di famiglia, così come è impossibile dare una definizione riduttiva o concessiva di bianco o nero.
La famiglia non è un concetto astratto che offre margini all’interpretazione, ma una realtà viva, con criteri e parametri ben definiti.
Per citare l’art. 16 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, "uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione". A questo, chiarissimo, principio si aggancia l’art. 29 della nostra Costituzione che "riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio…ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi". Nella convinzione che questi principi, contenuti nelle Carte simbolo del mondo democratico e libero, rappresentino, insieme a pochi altri, la spina dorsale della nostra società, accolgo con profondo stupore (ed anche preoccupazione) la risoluzione del Parlamento europeo; mi rammarico infatti che i promotori dell’idea di famiglia omosessuale non tengano conto di un elemento essenziale nell’economia delle relazioni tra Stato nazionale e Unione Europea, ovvero il concetto di "host state oriented".
Tale concetto, peraltro ribadito dalla Commissione nel 2002 (sempre in tema di matrimonio gay), garantisce il rispetto del principio di sovranità nazionale su questioni particolarmente delicate. In buona sostanza, relativamente a temi, quali il diritto di famiglia, permane la competenza esclusiva dello Stato a legiferare e l’Europa non può (e non deve) intromettersi.
Per la verità, tracciando un quadro generale, ci si accorge facilmente della strategia a tenaglia: i burocrati europei, spinti da lobby potentissime e da una mal celata arroganza, hanno provato e provano tuttora ad imporre una propria strada, alzando di volta in volta il tiro ed innescando un programma di attacchi appoggiandosi ai preziosi servigi delle toghe.
Eppure associazioni ed attivisti erano partiti con il solito, pericolosissimo, profilo basso.
Quando infatti vennero introdotte le unioni civili, i sostenitori di tali misure si sforzavano in ogni modo di spiegare che non volevano il matrimonio e che accettavano l’idea che il matrimonio fosse da sempre l’unione legale di un uomo e una donna; i contrari invece sostenevano che, alla lunga, le richieste si sarebbero allargate anche all’istituto matrimoniale.
Dal 1994 ad oggi si sono succedute risoluzioni che consigliano di rimuovere gli ostacoli frapposti al matrimonio di coppie omosessuali, di riconoscere giuridicamente le coppie di fatto e di istituire registri per le unioni civili.
Va detto che, come ha riconosciuto una sentenza della Corte di Cassazione (n.138/2010), all’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso va riconosciuto il diritto fondamentale di vivere liberamente la condizione di coppia.
Ma parlare di matrimonio omosessuale comporta delle implicazioni: se si vuole ridefinire il matrimonio in modo che non sia più solo l’unione di uomo e donna ma di due uomini o due donne, si potrebbe anche andare oltre. Si potrebbe consentire a tre uomini o a tre donne, oppure a un uomo e due donne, di contrarre matrimonio. Perché a tre adulti non dovrebbe, a questo punto, essere data la possibilità di sposarsi?
Quando si propongono rivoluzioni bisogna avere le idee chiare sulle conseguenze. In questo senso, in merito alla famiglia, c’è poco da rivoluzionare, anzi niente.

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