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A noi ce sarveranno le mignotte. La resurrezione di Gioachino Belli

Il potere della poesia si fonde con la satira più pungente. Una critica sociale che fa riflettere, meglio e con più forza di qualsiasi salotto buono della tv

Qualche ironico buontempone è riuscito a diffondere in rete un sonetto che sta rimbalzando di sito in sito con la velocità di una notizia di gossip. A me lo ha fatto conoscere Franca Bongiorni, una donna molto speciale che – oltre ad essere mia zia – è anche un’artista di rara intensità. Già il fatto che una poesia possa essere diffusa in modo “virale” è un’autentica novità; se poi consideriamo il contenuto profetico dell’opera, allora il discorso si fa davvero interessante. Ma veniamo al sonetto…

Mentre ch’er ber paese se sprofonna
tra frane, teremoti, innondazzioni
mentre che sò finiti li mijioni
pe turà un deficit de la Madonna

Mentre scole e musei cadeno a pezzi
e l’atenei nun c’hanno più quadrini
pè la ricerca, e i cervelli ppiù fini
vanno in artre nazzioni a cercà i mezzi

Mentre li fessi pagheno le tasse
e se rubba e se imbrojia a tutto spiano
e le pensioni sò sempre ppiù basse

Una luce s’è accesa nella notte.
Dormi tranquillo popolo itajiano.
A noi ce sarveranno le mignotte.

Il simpatico e brillantissimo autore si è firmato “Gioachino Belli”, forse per omaggiare il poeta romano Giuseppe Francesco Antonio Maria Gioachino Raimondo Belli, morto nel 1863, che fu da molti definito “la voce del popolo”.

Del vero Gioachino Belli vi lascio il mio sonetto preferito, datato 18 febbraio 1830 e intitolato “Campa, e llassa campà”.

Ma cche Ffajòla, Cristo, è ddiventata
Sta Roma porca, Iddio me lo perdoni!
Forche, che state a ffà, ffurmini, troni,
Che nun sscennéte a ffanne una panzata?

S’ha da vede, per dio, la bbuggiarata
Ch’er cristiano ha d’annà ssenza carzoni,
Manco si cquelli poveri cojjoni
Nun fussino de carne bbattezzata!

Stassi a sto fusto a ccommannà le feste,
Vorìa bbe’ mmaneggià li ggiucarelli
D’arimette er ciarvello in de le teste.

E cchiamerebbe bbonziggnor Maggnelli,
Pe ddijje du’ parole leste leste:
“Sor È, ffamo campà li poverelli.”

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