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L’Afghanistan italiano. Antonio De Felice in un’intervista esclusiva

Appena rientrato da una recente missione in Afghanistan, l’imprenditore studioso di Islam e Medio Oriente ci ha concesso una lunga intervista in cui scopriamo come operano i militari italiani e quali scenari si prospettano per il futuro.

Abbiamo intercettato Antonio De Felice, poliedrico imprenditore e studioso di Medio Oriente e Islam, appena rientrato da una lungo e complesso viaggio in Afghanistan, nei territori dove l’Esercito Italiano è schierato per la missione di pace internazionale. De Felice si trovava in quei territori in qualità di osservatore, presso il comando del Multinational Cimic Group, a Camp Arene (dove ha sede il RC-West di Herat).

Socio fondatore della Dual Service S.p.A. di Brescia, general contractor nel settore della vigilanza privata per piccole e grandi utenze (si parla di banche, pubbliche amministrazioni, grande distribuzione organizzata, industrie), Antonio De Felice nel 2010 ha fondato la Dual Risk Management Srl sempre con sede a Brescia, che opera nel campo della consulenza, analisi, gestione e mitigazione del rischio, in Italia e nel mondo.

Abbiamo iniziato la nostra intervista cercando di conoscere meglio i soggetti che operano in Afghanistan, e in particolare di cosa si occupa il Multinational Cimic Group.
“E’ l’unico reparto della Nato a guida italiana. E’ in grado di ricercare, addestrare e proiettare unità di specialisti nel soccorso e nella ricostruzione di aree sconvolte da conflitti. CIMIC è l’acronimo che indica la CIvil MIlitary Cooperation, una funzione operativa che presiede all’ interazione tra le forze militari e le componenti civili presenti nelle aree di crisi. Basato nella città di Motta di Livenza (TV), il Gruppo, che è alimentato con personale volontario proveniente da tutte le armi e corpi dell’Esercito e con personale straniero proveniente da Grecia, Ungheria, Italia, Portogallo e Romania, ha la struttura e la consistenza di un reggimento.

Non si tratta, quindi, di una organizzazione di tipo umanitario. “La dottrina sui moderni conflitti asimmetrici,” ha spiegato Antonio De Felice, “prevede sempre più spesso la coesistenza, nel medesimo teatro, in fasi temporali successive o addirittura in contemporanea, di operazioni prettamente militari, misure di ricostruzione e sostegno, tentativi di pacificazione e appoggio alle istituzioni civili locali. Tale dottrina, frutto dell’esperienza maturata dalla Nato durante le operazioni di supporto alla pace nei Balcani prima e in Iraq poi, ha evidenziato come il confine tra le Crisis Response Operations (CRO) e le situazioni di War Fighting sia sempre più sfumato e indefinito; sempre più caratterizzato dal forte coinvolgimento della popolazione civile da una parte, e dal massiccio afflusso nell’area delle operazioni di personale civile appartenente alle organizzazioni Internazionali governative e non governative. Si è così individuata la necessità di dotare le forze impegnate sul campo, di una capacità di cooperazione civile-militare per interfacciarsi con l’ambiente civile e favorire il successo della missione”.

“Sconfiggere il nemico senza combattere è la massima abilità” scriveva migliaia di anni fa Sun Tzu nel suo “L’arte della guerra”.
Milites civisque alacrites è il motto del Gruppo, ma forse ciò che intendeva Sun Tzu più di 2000 anni fa può meglio caratterizzare la componente strategica del Gruppo durante le operazioni in teatro. Compito del Cimic è la preparazione di un ambiente favorevole nell’area delle operazioni tramite il raggiungimento del consenso senza coercizione. In questo modo, secondo la nuova dottrina atlantica (NATO), si evita uno sforzo militare eccessivo che porterebbe solo a risultati temporanei. In termini più concreti, nella fase che precede le ostilità il Cimic ha come obiettivo primario l’elaborazione di uno specifico piano di azione definito tecnicamente di Civil — Military Liaison a seguito della raccolta di informazioni sul territorio, che consenta al comandante della Forza di raggiungere tre fondamentali obiettivi e cioè: la relazione tra il personale militare e quello civile, il sostegno alle Forze impegnate in teatro e il sostegno allo sviluppo dell’ambiente civile”.

A questo punto è sorta spontanea una domanda. Come si svolge la raccolta di informazioni strategiche sul territorio?
“Ci tengo a precisare,” ha spiegato De Felice, “che non si tratta di attività di intelligence per la quale la coalizione è adeguatamente strutturata e organizzata con reparti e unità ad hoc, in ogni caso bisogna affermare che è anche grazie a questa raccolta d’informazioni che, giorno per giorno, una volta guadagnata la stima delle popolazioni locali, è possibile garantire la sicurezza dei reparti combat, sapendo in anticipo dove saranno interrati gli IED (i micidiali ordigni improvvissati) o scoprendo i depositi delle armi”.

Per portare sviluppo e sostenere la civiltà afghana, serve un intervento parallelo: sviluppo economico e sviluppo sociale devono muoversi di pari passo.
Antonio De Felice sembra essere d’accordo; infatti snocciola una quantità di dati ed informazioni davvero enciclopediche su questo tema.
“Preliminarmente va precisato che la componente militare Cimic è composto principalmente da specialisti di alto profilo quali ingegneri, architetti, agronomi, psicologi, esperti in comunicazione e relazioni, provenienti da tutte le Nazioni Partecipanti la Nato. Il CIMIC ha la caratteristica unica per un reparto militare, di essere sempre in continua attività sia che ci si trovi in pace, in crisi o in guerra. Strutturato a seconda delle necessità, su uno o più punti di contatto con le autorità locali e la popolazione civile denominati Cimic CENTRES, il Gruppo è il cuore pulsante dei PRTs (Provincial Reconstruction Team) capisaldi strategici della dottrina Petraeus in materia di lotta alla insorgenza (COIN). Nel PRT di Herat durante tutto il 2009 la cellula CIMIC ha pianificato ed eseguito oltre 64 progetti principalmente nei settori delle agricoltura, sicurezza e governance, educazione e salute. Nel 2010 invece, i progetti pianificati e realizzati sono stati 25, ma con un impatto economico superiore e soprattutto su un’area geografica molto più estesa coinvolgendo oltre la provincia di Herat, anche altre 5 province più periferiche come Farah, Badghis e Ghowr, fino all’abitato di Cheste-e-Sharif 170 km a est di Herat, dove sono presenti importati giacimenti di “Bianco Afghano”. Un marmo particolarmente pregiato simile al “Bianco di Carrara” per il quale la italiana Margraf ha siglato un memorandum of understanding con l’impresa afghana Equity Capital Mining, capeggiata dai fratelli Nassim e Adam Doost, per l’acquisto del pregiato marmo bianco delle cave, celebri sin dal Medioevo per i monumenti e i santuari dell’epoca timuride. Particolare attenzione poi è dedicata ai progetti di natura infrastrutturale riguardano la realizzazione di 5 km di strade asfaltate più due tratti fognari importante nel centro storico Centro di Herat (45% del budget stanziato), 4 nuove scuole più il completamento di altri due già iniziate dal PRT nel 2008 e in attesa di essere completate (22%), una massiccia distribuzione di sementi e bulbi di zafferano (10%), due nuove stazioni di polizia (10% del bilancio), il collegamento elettrico dell’ospedale regionale di Herat alla rete di distribuzione principale (7%), il completamento della costruzione di un grande edificio a Herat destinati al sostegno delle donne imprenditrici (Women Center) in favore del Dipartimento per gli affari delle donne (7%)”.

Vista la preparazione dell’imprenditore (che tra parentesi scrive anche per le testate giornalistiche on-line Mensile Atlante di geopolitica e Mensile Technet di tecnologia) ci siamo chiesti se negli 11 giorni trascorsi in Afghanistan ha avuto modo di partecipare a qualche operazione Cimic.
“La dottrina CoIn del generale Petraeus,” ha spiegato De Felice, “prevede di farsi amici gli Elder (i capi villaggio) e i Mullah. E’ in questo contesto che con gli uomini e le donne del CIMIC di Motta di Livenza assistiti dalla scorta dei colleghi dei reparti combat, in due diverse missioni, siamo andati nei villaggi di paglia e fango persi tra le montagne di Bala-Morghab al confine con il Turkmenistan e nel deserto di Shindand, in Gulistan, ai confini del settore italiano nel villaggio di Buji diventato tristemente famoso per la morte del c.m. Miotto. Lì è stato allestito un ambulatoro medico volante per gli abitanti soprattutto si sono visitati gli anziani, le donne coperte dai burka azzurri (le chiamano operazioni Pink Medcap) e i bambini. Mentre il veterinario ha controllato lo stato di salute del bestiame alcuni tecnici hanno verificato lo stato di manutenzione di alcuni pozzi d’acqua precedentemente realizzati dal PRT e verificato la possibilità di ristrutturare la moschea del villaggio. Infine, dato l’approssimarsi della stagione fredda e della neve che rende impossibile raggiungere il villaggio è stata fatta una consegna di generi di prima necessità lasciando pacchi di alimenti contenenti olio, riso, zucchero, grano e piselli (le prossime consegne, fino alla stagione del disgelo, saranno possibili solo grazie agli air — drop, i lanci di mataeriale dall’aereo). Dopo di che abbiamo fatto ritorno alle FOB di partenza a bordo degli infaticabili Lince e successivamente in elicottero, a Camp Arena sede del comando RC-West di Herat da cui dipende il Cimic Center del PRT di Herat”.

Ci saranno stati momenti di paura e momenti di tensione, è inevitabile. “Tanti e frequenti!” ha risposto De Felice. “Dalla sempre presente minaccia degli IED che riduce la velocità di trasferimento sui “Lince” a 8 km/h, alla presenza delle bande armate di insorti (che molte volte sono composte più da tagliagole che da elementi vicini al movimento taleban), passando per la diffidenza (forse più per la paura proprio dei criminali locali) degli Elder che talvolta non gradiscono la presenza di soldati e di armi nei loro villaggi. Non dimentichiamoci che in una di queste missioni che 13 febbario 2008, proprio durante una consegna di viveri nella Uzbeen Valley una banda di insurgents ha teso un’imboscata ad uno dei convogli che transitavano ed ha assassinato il maresciallo Giovanni Pezzulo. Comunque di più non voglio raccontare. Questo per rispetto dei soldati in questo momento in teatro e delle loro famiglie a cui spesso gli stessi non raccontano dove si trovano e cosa fanno per non preoccuparli”.

Abbiamo rivolto ad Antonio De Felice la domanda che tutti pongono a chi ha avuto l’opportunità di vedere con i propri occhi uno scenario come quello afghano: si tratta di una missione di pace o di guerra?
“Come dicevo prima, dopo la caduta del muro di Berlino tutto è cambiato, non esiste più una netta distinzione tra pace e guerra, tra bianco e nero, il colore dominante è il grigio e le sue sfumature. La missione ISAF in Afghanistan è una missione di stabilizzazione, come quella in Kosovo. In questo tipo di missione bisogna essere pronti a usare le armi così come le ruspe e le grù per costruire ospedali e palazzi. Non si tratta più di vincere una o più battaglie, ma di creare le condizioni di stabilità per consentire al popolo afghano di guardare al futuro con la speranza che sia migliore del presente, facendo si che qualsiasi tentativo di cambiamento e ritorno al passato non passi attraverso alcuna forma di terrorismo. Compreso questo passaggio si comprende facilmente che il paradigma guerra — pace non c’entra più niente e che è solo un problema di tutela degli interessi nazionali e sovranazionali”.

La politica condiziona moltissimo il buon esito di questo genere di missioni internazionali. Abbiamo domandato all’imprenditore cosa produrrebbe l’annunciato ritiro delle truppe italiane nel 2014 in Afghanistan.
“Uno degli obiettivi principali della missione ISAF,” ha illustrato De Felice, “è la creazione di forze afghane (esercito, polizia, agenti di dogana) di capacità e di livello sia per numero che per addestramento, che siano in grado di farsi carico autonomanente della sicurezza del Paese. E’ chiaro che la sicurezza è solo uno degli elementi che concorrono alla stabilizzazione del paese e che la creazione quadro politico altrettanto stabile, ma che non è il task della missione ISAF, sarà il vero elemento determinate per stabilire la possibilità di ritirare le truppe nel 2014. A chi pensa o afferma che tutto finirà in quella data, voglio ricordare gli errori commessi in Iraq soprattutto dalla Amministrazione Obama. Questo tipo di missioni non sono come una partita di football i cui tempi sono scanditi rigidamente da un regolamento. 45 minuti per tempo e al 90° l’arbitro fischia, tutti “sotto la doccia”, c’è chi ha vinto e c’è chi a perso. Oggi l’Iraq è una regione ancora altamente instabile, sotto un forte controllo iraniano tant’è che si parla già di “libanizzazione” dell’area. Quando l’Iran avrà politicamente preso il controllo anche dei giacimenti petroliferi iracheni (quelli kurdi di fatto sono già sotto il suo controllo dalla fine della prima guerra del Golfo) di al-Basrah e Zubair (3° giacimento di petrolio al mondo), di fatto diventerà il primo produttore di greggio al mondo, rubando il primato alla Arabia Saudita e stabilendo a questo punto lei stessa il prezzo al barile secondo i propri interessi. Questo è il risultato che in Iraq abbiamo prodotto con lo scellerato ritiro delle truppe in Agosto per fini elettorali, questo è ciò che non dobbiamo fare nel 2014 in Afghanistan”.

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