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Camminare e procedere insieme

Intervita a mons. Gianni Ambrosio

Intervista di Barbara Tondini al vescovo eletto della Diocesi di Piacenza Bobbio mons. Gianni Ambrosio – Intervista avvenuta presso la sede della Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Mons. Gianni Ambrosio,
Vescovo eletto della Diocesi di Piacenza-Bobbio

Mons. Ambrosio, partiamo dal presente, dagli eventi di questi giorni: qual è il suo stato d’animo al rientro da Roma dove ha pronunciato la professione di fede?

Credo sia stata una esperienza bella quella di andare a Roma proprio al centro, al cuore, della nostra fede cristiana. E proprio lì ? inginocchiarmi davanti all’altare, con una mano sulla Bibbia per fare la professione di fede, con il Card. Giovanni Battista Re Prefetto della Congregazione per i Vescovi, e poi anche con l’altro Cardinale Darío Castrillón Hoyos, Presidente della Pontificia Commissione "Ecclesia Dei" – è molto bello perché si prende coscienza di essere davvero facenti parte di un popolo, e di un popolo in cammino, di un popolo organizzato, un popolo che ha un riferimento preciso nella figura del Santo Padre; e quindi di entrare dentro proprio nel Collegio Apostolico, accolto con gioia dai Vescovi, è una esperienza molto bella: di sentire che non siamo soli nel professare la nostra fede, che siamo insieme agli altri, e che facciamo parte di quella realtà voluta dal Signore Gesù, la realtà del Collegio Apostolico che continua la tradizione degli Apostoli e cioè l’annuncio della Parola, la guida del popolo, perché questo popolo abbia un cammino orientato verso il bene, verso la Salvezza. Quindi è una esperienza davvero intima e profonda in vita cristiana e di inizio della mia vita di Vescovo.

È stata stabilita in modo definitivo la data della sua Ordinazione il 16 Febbraio p.v.: ha qualche desiderio particolare per quel giorno?

Il desiderio particolare è ovviamente questo: che sia davvero il momento in cui ? attraverso la preghiera dei vescovi celebranti, attraverso la preghiera di quel popolo radunato lì in quel nostro bel Duomo di Piacenza ? lo Spirito del Signore scenda davvero su di me, e sia davvero Spirito di luce, sia davvero Spirito di forza, sia davvero Spirito di amore e di verità. Lo Spirito del Signore Gesù che anima la Chiesa scenda abbondantemente e copiosamente su di me, perché io possa davvero essere in questo ultimo scorcio della mia vita voce di Cristo, e dunque possa aiutare il popolo piacentino-bobbiese ad essere davvero “popolo di Dio in cammino”. Ecco, mi pare che questo sia l’aspetto più importante e più significativo. Poi ci sono anche degli aspetti più umani, ma egualmente significativi: la presenza degli amici, la presenza di mia mamma, la presenza della mia famiglia”¦ la presenza spero di vescovi che sono legati a me per amicizia o con i quali dovrò svolgere poi il compito di vescovo all’interno della collegialità della Regione Emilia-Romagna. Ecco tutti questi aspetti ugualmente importanti e significativi, ma chiaramente si Celebra il mistero di Dio nella storia, e dunque l’invocazione allo Spirito che ci sorregga e ci illumini.

Facciamo invece adesso un passo indietro, alle origini della sua vocazione: come è nata, come è stata nutrita e coltivata?

Non mi è facile individuare un momento preciso”¦ E tuttavia un momento preciso mi sembra di scorgerlo”¦ Accompagnavo in auto mio papà, stavo finendo la quinta elementare e quindi sono molti e molti anni fa. Accompagnavo mio papà in auto, perché mio papà svolgeva il compito di conciatore e quindi doveva andare ad acquistare le pelli o cose di questo genere, e a me piaceva molto accompagnarlo in auto. E passiamo vicino al Seminario minore di Moncrivello ? un edificio che nella mia mente appare grandiosissimo, lo si vede passando lungo la strada che va verso Villaregia ? chiedo a mio papà: ma che cosa è questo? – il Seminario. Nel ritorno chiedo di visitarlo, perché c’è anche tuttora un bel Santuario della Madonna del Pontone. Questo doveva essere credo attorno al mese di Maggio di quel quinto anno di scuola elementare. Credo che di lì ho cominciato dire ? “vorrei andare in Seminario””¦ e così. In verità mio papà non era molto contento, mia mamma un pochino di più. Il papà ha cercato anche un po’ di opporsi, facendo sì che il medico, che doveva dare l’attestato di buona salute, scrivesse invece che ero piccolino, un mingherlino, non in buona salute, non era il caso di andare in un seminario, in un collegio, ma di stare in famiglia”¦ E poi io ho trovato un altro medico che invece l’attestato l”˜ha fatto, e di lì è iniziata la mia vita di seminarista, e che poi è proseguita fino a diventare prete, e tranquillamente e serenamente, naturalmente con qualche interrogativo e con qualche domanda”¦ Ma tutto sommato senza mai rimettere in discussione quell’orientamento di fondo che sempre e sempre è rimasto presente in me.

Comunque c’è anche la devozione Mariana, che sappiamo è una caratteristica forte del suo carattere, è nata proprio in quella occasione.

Credo di sì! Perché mia mamma non abitava distante da questo Seminario, lei abitava a Cigliano (Ve) ? e il santuario per eccellenza della popolazione Ciglianese è appunto questo Santuario della Madonna del Trompone ?, e quindi con sua mamma, con i suoi genitori, spesso e volentieri si recava in questo Santuario. Probabilmente da lì deriva anche davvero la mia devozione Mariana, ma anche il mio forte interesse, anche di studio oltre che di devozione, nei confronti dei santuari, nei confronti dei pellegrinaggi, proprio perché il santuario è come un luogo concentrato di vita cristiana e di fede e di devozione, e il pellegrinaggio ci ricorda ciò che è fondamentale: che noi siamo in cammino verso la Gerusalemme celeste. E quindi avere un segno nella storia che ci richiama a quella meta finale, credo sia una cosa molto bella e molto importante. Non c’è speranza per l’uomo se non c’è anche la “meta” a cui approdare. E se quella meta finale non viene tenuta presente, credo davvero che allora vediamo solo il “giorno per giorno”, viviamo così nell’immediatezza, nella quotidianità piuttosto grigia, senza ricordare che c’è un “sole che ci attende”.

Gli anni della sua formazione si sono svolti in un periodo molto particolare, dal punto di vista sociale e politico e culturale e anche ecclesiastico, pensiamo al Concilio Vaticano II; come hanno influito sul suo percorso di studi?

Sono stato appunto invitato ad andare a Roma a studiare, essendo seminarista, cosa abbastanza impensabile perché era ventinove anni che non capitava che un seminarista di Vercelli andasse a studiare teologia a Roma. Allora nel ’64 mi trovo a Roma, per tutta la “teologia”, fino alla licenza in teologia nel ’68. Quindi ho vissuto il periodo “conciliare” proprio stando a Roma, peraltro stando in un collegio spagnolo, quindi un po’ anche innovativo, se non quasi rivoluzionario, in quegli anni nel Collegio spagnolo. Credo sia stata per me una grazia davvero grande. Le straordinarie aperture del Concilio Vaticano II, la effervescenza nelle discussioni anche all’interno dell’Università Gregoriana. E poi anche la vita un pochino dura per molti aspetti, ma anche interessante, della vita del Collegio in mezzo agli spagnoli. Ecco, ricordo che questo è servito per me per farmi capire che ci sono dei punti di riferimento fondamentali decisivi che non possono essere messi in discussione, pena il venir meno di un tragitto, di un cammino. Si può discutere di tutto, però debbono anche esserci dei punti di riferimento ben solidi, ben saldi, ben radicati. Credo che quella esperienza affascinante e un po’ turbolenta mi abbia suggerito di discutere ma anche di tener fermo a certe verità, a certe cose, che non possono davvero mancare. Quindi ringrazio il Signore di avere fatto quelle belle esperienze a Roma e poi a Parigi. Perché nel ’68 il mio vescovo mi invita ad andare a Parigi a studiare la “disciplina” non molto conosciuta, a cominciare da me allora, e cioè sociologia. E appunto lì alla Sorbona, come anche l’Università Cattolica di Parigi, ho cercato di imparare qualche cosa che riguardasse questa “disciplina”: i comportamenti umani, la vita in società, il rapporto tra le persone. Ecco, che cosa significa tutto questo per la nostra vita umana, ma che cosa significa anche tutto questo per la nostra vita di fede, di fede personale, di fede collettiva, di fede di un popolo. Davvero, rendo grazie al Signore per quella esperienza ricca, problematica, ma anche davvero affascinante, legata al Concilio Vaticano II, legata al ’68, legata anche alla vita parigina e quella romana.

Studiare all’estero negli anni ’70 non era certamente una cosa che accadeva spesso e che accadeva a molti; come ha influito tutto questo sulla sua vocazione e anche sulla sua scelta poi dell’indirizzo di studi?

Direi forse sono due le sottolineature che maggiormente emergono “rileggendo con il senno di poi” l’esperienza di allora.
La prima, la scoperta della Bibbia ? la scoperta della Bibbia! ?, con grandi e straordinari professori di Sacra Scrittura, da padre Lionnet, a molti altri, a Padre Mollat per san Giovanni”¦ Insomma, è inutile che stia qui a citarli. Che ci hanno davvero introdotti in quel grande Libro che è la Bibbia. Per me si è allargato lì un orizzonte straordinario. Ricordo in particolare modo ? «Io sono il vostro Dio», commentato da un grande biblista, «e voi siete il mio popolo». Ecco che cosa significa questo nella storia di oggi: questa “storia della salvezza”, che non è solo legata al passato, ma è storia di salvezza anche per noi nell’oggi della nostra vita. Quindi il mistero straordinario della parola di Dio incarnata nella storia, e quindi la Bibbia.
L’altro aspetto, ugualmente bello e ugualmente significativo, la Liturgia. Non tanto a Roma, qui direi proprio a Parigi, l’église Saint-Martin de Sevran, che allora era un punto di riferimento davvero importante per la Celebrazione della Messa. Era un punto di riferimento per tutto il mondo questa Liturgia Celebrata lì in questa chiesa all’interno proprio del “Quartiere Latino” parigino. Allora volentieri mi recavo a partecipare a quella bella “Messa di popolo” lì all’interno di quella chiesa.
Quindi la Bibbia per un verso, la Liturgia per l’altro verso, mi pare che queste siano le esperienze più significative di quegli anni per me.

Lei è sacerdote ma è stato anche parroco, studioso, pastore, educatore dei giovani: che cosa si è portato via da tutte queste esperienze? Come hanno contribuito a costruire la persona che è oggi mons. Ambrosio?

Inizierei con l’esperienza parrocchiale. Credo che per un prete sia davvero l'”esperienza di famiglia”. Il prete in parrocchia sente di essere a “casa sua”. Vede crescere quel popolo di Dio che è lì, perché i bimbi nascono, e poi ci sono i Sacramenti della Iniziazione, e poi arrivano i giovani al matrimonio”¦ Credo che l’esperienza parrocchiale sia davvero una esperienza molto bella: “esperienza di familiarità”, di sentirsi davvero a casa, a casa propria, e di crescere insieme agli altri.
L’esperienza dell’insegnamento e quindi anche della ricerca. Qui c’è un orizzonte profondo e vasto, perché davvero si scopre che il mistero di Dio e mistero dell’uomo convergono, che c’è sempre molto da scoprire. E si scopre anche la necessità di avere un dialogo costante continuativo con tutti. Le diverse discipline sono approcci diversi a quell’unica Realtà. Allora bisogna sapere ascoltare anche chi ha fatto una certa esperienza, praticando una certa disciplina, per cercare di raggiungere la “sintesi”. Credo che l’Università Cattolica in particolare mi abbia stimolato a fare sì che fosse intesa come una sorta di “laboratorio”. Certo la sintesi medioevale raggiunta da San Tommaso d’Aquino è impossibile ai giorni nostri. Tuttavia questo “laboratorio” in cui ci si ascolta, in cui ciò che io ho scoperto lo comunico e lo offro come dono all’altro, e l’altro offre ciò che ha scoperto a me. Quindi questo tentativo di sintesi di mettere insieme i diversi aspetti a me pare che sia davvero una esperienza bella, una “avventura entusiasmante” come l’ha chiamata il Papa Benedetto XVI a proposito dell’Università Cattolica. Poi lo stare con i giovani rende tutti noi “giovani”. Davvero”¦ guai”¦ se trascuriamo questo legame se non valorizziamo l’apporto di novità che può e dire e viene effettivamente dalla componente giovanile. La nostra società è una società che presta pochissimo ascolto ai giovani, e che offre pochissimo spazio ai giovani. Io vorrei invece una Chiesa, ma anche una Società, che sappia davvero offrire ai giovani la possibilità di esprimersi, di indicare in qualche modo le novità necessarie perché davvero il nostro cammino sia sempre un cammino giovanile, sia sempre un cammino di freschezza e di novità di vita.

Qual è e quale è stato, nel caso ci sia un riferimento, un santo, uno studioso, un testo”¦ qualche cosa al quale ritorna anche proprio in questo periodo così importante per lei, cosa vede rimotivarsi o ritrovarsi?

Da un punto di vista “intellettuale”, se posso usare questo termine, direi che Sant’Agostino mi ha sempre incuriosito, e l’ho sempre inteso come filosofo, teologo, ricercatore appassionato, estremamente moderno, e capace davvero di interpellarmi dal di dentro. Se dovessi scegliere tra sant’Agostino e san Tommaso la mia spontanea preferenza va piuttosto per sant’Agostino, che non per sant Tommaso l’uomo della sintesi per cui per altro occorre cercare di arrivare.
Un’altra figura che mi ha sempre appassionata è quella di Kierkegaard Sören, questo filosofo danese e protestante che gioca la sua vita rischiando la fede, invitandoci a “saltare il fosso”, perché alla fin fine se non salti quel “fosso” non sai che cosa c’è dall’altra parte. Però nel momento del salto non sai se l’altra “sponda” è sufficientemente solida dove tu puoi mettere dunque il tuo piede. Quindi accettare il rischio dell'”avventura della fede”, e lasciando da parte tante convenzioni, ecc.
Quindi queste due figure dal punto di vista intellettuale mi sono particolarmente care.
Dal punto di vista sia intellettuale ma anche devozionale, direi che san Francesco è davvero un santo che ho sempre apprezzato, ma che ho riapprezzato ancora di più stando qui in Università Cattolica. Leggendo il bel volume di padre Gemelli sul “francescanesimo”, è una sua interpretazione di san Francesco e dello stile di vita francescano, mi sono riappassionato a questa straordinaria figura anch’essa estremamente moderna, capace di capire cosa c’è nel cuore dell’uomo di oggi, ma capace anche di rispondere ai bisogni dell’uomo di oggi.
Poi chiaramente dal punto di vista devozionale la Terra Santa indubbiamente e molti santuari Mariani.
L’esperienza ad esempio nelle Acli nei momenti difficili, nei momenti di polemica, da parte delle Acli provinciali di Vercelli, sempre punto fisso il pellegrinaggio annuale a Lourdes; ha aiutato moltissimo l’Associazione a superare i suoi momenti critici.
Ecco, mi pare che tutto questo un pochino interpreti ciò che è un po’ nel mio cuore, e quali sono un po’ le “stelle polari” del mio cammino.

Passiamo invece al suo presente e al suo immediato futuro, cioè al suo essere vescovo nella Diocesi di Piacenza-Bobbio; come pensa che dovrebbe essere un vescovo oggi per andare incontro anche a tutte le ansie dell’uomo contemporaneo, anche quelle che l’uomo stesso non riesce ad esprimere?

Risponderei così, anche se può sembrare solo una battuta, ma davvero non è solo una battuta, risponde alla verità di ciò che io intendo come vescovo e quindi intendo anche attuare in questa direzione. E cioè, nella misura in cui davvero risuona in me la voce di Cristo, nella misura in cui le mie parole sono parole non mie ma di Colui che è la Parola, e cioè il Signore Gesù, io mi pongo in un atteggiamento di grande ascolto nei confronti delle istanze del mondo moderno ma nel frattempo sa anche offrire una risposta alle tante domande dell’uomo moderno. Vorrei essere semplicemente uomo del Vangelo per essere capace di fare il vescovo in questo contesto estremamente complesso e difficile. Perché più aumenta la complessità e più si esige anche una semplificazione, altrimenti abbiamo moltissime possibilità davanti a noi ma non sappiamo mai poi trovare la strada che deve essere percorsa. Le molte offerte rischiano di essere pericolosamente “schiaccianti” l’uomo moderno, incapace appunto di trovare una strada di avere un indirizzo e un indirizzo preciso. Ecco, questa “semplificazione della complessità” può venire su alcuni valori di fondo che ritrovo là appunto nella Parola stessa di Dio, ritrovo nel Vangelo.
Quindi non mi sforzerei di elucubrare un qualche progetto di pastorale o di dare una caratterizzazione particolare al mio essere vescovo, se non proprio in questo riferimento preciso e concreto e anche molto semplice a quel Vangelo che ci ha dato, ma che è davvero la nostra vita, sia come vita più gioiosa, sia una vita più felice, sia la vita dei figli di Dio che sanno di essere amati da Dio.

Ci sono secondo lei degli aspetti del suo carattere, anche proprio umanamente che potrebbero aiutarla in questo compito di vescovo, e altri invece che potrebbero esserle un po’ di ostacolo?

Difficilmente si è buoni giudici di se stessi. A me pare di avere”¦, poi magari sarò smentito dai fatti, una certa disponibilità al dialogo con tutti. Mi pare di avere un atteggiamento “collaborativo”, fondamentalmente il “senso dell’insieme” più che non della “spigolosità” magari di un carattere estremamente volitivo ma che preferisce “camminare da solo con le proprie gambe””¦ A me pare che il senso dell’insieme debba prevalere rispetto a una personalità, magari spiccata e forte ma incapace di “stare insieme” e di lavorare insieme. Ecco, mi pare che questa disponibilità di dialogo, a questo senso dell’insieme, possono in qualche modo aiutare a svolgere il compito che mi è chiesto. Perché alla fin fine si è vescovi all’interno di un popolo, certo la figura del pastore deve in qualche modo camminare davanti al popolo stesso, ma appunto seguendo le orme di Cristo, quindi il “cammino” è già fondamentalmente indicato e tracciato: “insieme camminare”.
Qualche difficoltà che potrebbe venire da tutto questo: una certa magari “lentezza decisionale”, perché mi pare che il “consenso” sia da ricercare, e la ricerca del consenso esige anche un po’ di tempo, esige anche una certa maturazione. Tuttavia ciò che non si ottiene oggi, magari con una decisione drastica, lo si otterrà domani magari con un certo consenso, o dopo domani. Ma allora c’è davvero il senso del procedere insieme, del camminare insieme. Può essere un limite questo, ma in una prospettiva che non riguarda solo la nostra vita personale, ma in un orizzonte più ampio che va al di là delle nostre persone: ecco il senso appunto “del camminare e del procedere insieme” a me pare che sia molto bello.

Infine, ultima domanda: provi immaginare i suoi primi cento giorni, si fa anche con il Governo appena insediato, i primi cento giorni di pastore della diocesi di Piacenza-Bobbio, le sue priorità.

(“¦) e passano in fretta, terribilmente in fretta! come bene sappiamo.
Ebbene, il mio primo vivo desiderio è il seguente: potere incontrare, e per quanto possibile conoscere anche con una certa profondità, tutti i sacerdoti della Diocesi di Piacenza-Bobbio. Per quanto possibile una conoscenza nel luogo dove questi preti lavorano. Abbiamo tutti bisogno di essere “incoraggiati”, animati dalla Speranza, sapendo che lavoriamo insieme per un progetto che non è nostro ma per un “Progetto” che ci precede che ci campagna e che ci seguirà. Ecco quindi incontrarmi là dove essi vivono, dove essi lavorano, quindi possibilmente all’interno delle loro parrocchie. So che le parrocchie sono molte e forse non sarà possibile visitarle tutte ma di certo nelle zone, nelle unità pastorali, in modo di avere un collegamento stretto tra il parroco di quel luogo e il luogo in cui quel parroco lavora. Questo è il primo aspetto.
Secondo aspetto. Sarei davvero contento di potere instaurare un dialogo sincero e cordiale con le Autorità. Alla fin fine il “popolo di Dio” è inserito in un popolo più ampio, ma tutti siamo chiamati ad essere popolo di Dio, tutti dobbiamo cercare il bene che è un “bene comune”, che non è solo riservato per alcuni ma è per tutti. E quindi attraverso un dialogo, tra le diverse istituzioni, ma soprattutto con le persone delle istituzioni. Ecco, mi piacerebbe davvero questo realizzarlo con, ripeto, questa precisa finalità: c’è un bene che è di tutti e per tutti, c’è una domanda di felicità che è per tutti, e quindi dobbiamo insieme cercare di venire incontro a queste domande.
Terzo aspetto, appunto giovanile. Mi pare che non possiamo come Chiesa trascurare i giovani, anzi dobbiamo fare sì che la nostra Chiesa assuma anche una tonalità più giovanile. Quindi in qualche modo potere avere anche un incontro serio e prolungato con i giovani.

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