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Buon Natale, con tutto il cuore, da Piacenza Night

Una riflessione di mons. Ravasi, a cavallo tra Islam e Cristianesimo

Tra le varie letture che ho affrontato prima di questo S.Natale, sono rimasto particolarmente colpito da una riflessione (come sempre illuminante) di Gianfranco Ravasi. Come lui stesso ammette, questa riflessione sembra sposarsi poco con il Natale. “Eppure,” dice Ravasi, “nella nascita di Gesù è già presente il seme della sua morte, indispensabile conclusione perché la nostra salvezza fosse interamente compiuta. Con la sua nascita e la sua morte, ma soprattutto con la sua Resurrezione, il figlio di Dio non solo si è caricato dei nostri peccati conducendoci alla purificazione, ma ci ha consegnato la rasserenante prospettiva della vita eterna, dando così senso alla nostra vita terrena”.

Un’altra sponda

Questo è il messaggio dell’Altissimo: “Quando il gufo striderà il suo lamento funebre e le ali della morte volteggeranno sul tuo capo per disperdere i tuoi giorni in un placido tramonto, vano è fuggire. Lascia serenamente che la tua barca sciolga la vela per approdare all’altra sponda, ove sorge un’altra aurora!”.

Finisce così, nelle varie versioni che ha subito nella sua trasmissione, la celebre novella araba dell’uomo che volle fuggire la morte e che decise di migrare nella remota Samarcanda. In città, però, incontrerà l’angelo della morte che l’aveva atteso proprio là, dimostrandogli in tal modo l’impossibilità assoluta di sottrarsi al decreto estremo e supremo della morte.

Sul tema del morire è ancora l’Islam a farci balenare una verità che il cristianesimo aveva affermato in modo ancor più alto e intenso con la Pasqua di Cristo.

La barca della vita, nella morte, non è destinata a sfracellarsi sugli scogli, ma a intraprendere una nuova navigazione verso un’altra sponda. Il placido tramonto della nostra esistenza non è votato a una notte senza fine, ma a un’altra aurora, quella di “un giorno unico nel quale non ci sarà più dì e notte ma a sera ritornerà a risplendere la luce”, come diceva il profeta Zaccaria (14,7). Ritroviamo, perciò, la forza dell’attesa e della speranza anche quando siamo di fronte alla tomba. Una preghiera musulmana dice: “Dio mio, fa’ che la tomba sia la più bella delle case. Concedici di morire nel desiderio di incontrarti. Concedici di prepararci al giorno dell’Incontro”.
Gianfranco Ravasi

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